L’umano tra essere primitivo e contemporaneo. Una conversazione con Matilde Solbiati / Human between primitivism and contemporary. A conversation with Matilde Solbiati

11 Nov 2016

 

 

 

 

 

 

 

Creare un archivio di oggetti, cose. Elementi che, apparentemente, non hanno importanza, sono solo di ingombro. Non per Matilde Solbiati, artista milanese con un vissuto a Los Angeles. Dal suo laboratorio milanese nella zona creativamente più attiva, i navigli, racconta in questa conversazione la sua ricerca che nasce da elementi primitivi, spesso legati alla tradizione, e culmina in una lettura, interpretazione dell’oggi. Studiosa di filosofia cita Walter Benjamin come sua bussola in questo viaggio che, dopo un passato nella moda, la vede creare la sua personale wunderkammer. 

 

 

Matilde, qual è stata la prima opera che hai realizzato e qual è stato il percorso che ti ha portato a realizzarla?

 

- Mi risulta difficile sceglierne una perché ne faccio talmente tante! Diciamo che qualche tempo fa un mio amico stilista mi manda una foto ritraente il collage di una madonna. In quel periodo ero a Los Angeles e nello stesso momento in qui l’ho vista, ho preso ispirazione per fare lo stesso lavoro ma con molti più elementi. Quell’immagine ha stimolato un particolare aspetto di me, ed è così che è nata in seguito la mia prima “maschera”. -

 

 

Concentri la tua ricerca sull’uomo. Diresti che questo approccio è anche una osservazione per comprendere il tuo “sé”? Penso al tuo progetto “Identità P.I.”. 

 

- Sì, decisamente. Quando creo qualcosa è perché ci vedo una storia che alla fine, a lavoro ultimato, può rappresentarmi. Anche se non è questo l’intendo, è un processo inconscio. “Identità P.I.”, ad esempio, l’ho realizzato poco dopo il mio arrivo in America, e ho scoperto che Los Angeles è una città che spinge a chiederti chi sei.-

 

 

Raccontaci la storia di “Touch me, look at me, listen”. Qual è la scoperta sull’uomo che hai fatto in seguito a questa ricerca, a questo tuo lavoro?

 

- È un progetto che comprende tre opere diverse: “Touch me”, in cui un drappo d'organza rossa fa da scenografia ad un insieme di immagini, e vuole fare emergere la dicotomia tra ciò che la donna è e come, invece, è vista tramite i media; la serie “Look at me… the Hollywood eyes” che vuole essere un modo di enfatizzare come ognuno di noi vede le cose in modo diverso. Per esprimere questo concetto ho applicato elementi discordi sugli occhi di ciascuna attrice. Poi, infine, c’è “Listen”, rappresentata dal quadro “cinema muto” che invita alla ricerca del “proprio suono”, a una riflessione, quindi, più intima. -

 

 

Hollywood eyes 2014

 

Tenendo sempre come filo rosso la tua ricerca sull’uomo, ti spingi oltre e arrivi a studiare il primitivismo. Questo mi fa pensare che forse siamo costretti in qualche modo a indagare nei più infiniti abissi di noi per combattere il relativismo sempre più imperante nella nostra società. Non bastano quindi più la cultura e i viaggi per renderci diversi, migliori. Concordi?

 

- Ora che mi ci fai pensare sì sicuramente. L’inconscio affascina proprio a causa dell’omologazione. E il mondo primitivo è quello che, a livello storico, credo sia la parte più sottovalutata, meno presa in considerazione: ho riflettuto a riguardo durante il mio progetto sulla maschera che, in latino significa “persona”. Nelle società arcaiche le maschere venivano indossate e, a differenza del nostro immaginario, non rappresentavano chi una persona voleva essere, ma chi era realmente. Cito Andrea Branzi (architetto, ndr) a riguardo che dice: <<Quando vedo un rito primitivo non vengo influenzato”. Fa tutto parte della realtà. -

 

 

Qual è l’artista o corrente con cui “dialoghi” maggiormente?

 

- Diciamo che non dialogo direttamente con l’uno o con l’altro. Mi relaziono molto però a livello visivo, quindi con le opere, a prescindere da chi le ha realizzate. In realtà ho un rapporto molto diretto con la filosofia. Tutti i pensatori mi danno qualcosa. Attualmente ti cito Walter Benjamin e Ricoeur il quale ha fatto un grande lavoro sull’identità. Quando leggo i loro testi traggo molta ispirazione. Così come dai film, in particolare quelli diretti da Fellini e Jodorowsky. -

 

 

Da un certo punto di vista godi di una strada privilegiata all’accesso verso gli artisti. Quanto è però aperto, secondo te, questo mondo verso il grande pubblico?

 

- Ho l’impressione che oggi più di prima il pubblico abbia voglia di avvicinarsi al mondo dell’arte, ne è un esempio la grande affluenza del progetto “The Floating Piers” di Christo. Al contrario, ci sono artisti, per fortuna non tutti, che sono così ermetici… Forse è proprio perché voglio fare una sorta di “selezione naturale” che realizzano opere molto complesse da apprezzare e, prima di tutto, comprendere.-

 

 

Quali sono, infine, i tuoi progetti futuri?

 

- Ne ho un po’: quelli che vedi sul tavolo, ad esempio, sono ispirati a Benjamin e al suo concetto di immagine e pensiero: mentre i suoi contemporanei (anni ’20 del ‘900, ndr) ragionavano per “mediazione dialettica”, lui era per tracciare, tra i vari elementi, una linea diritta eliminando così le vie di mezzo. Oltre a questo continua a concentrarmi sui miei lavori precedenti. -

 

 

 

Hollywood eyes 2014

 

 

 

 

Create an archive of objects, things. Elements that apparently do not matter, they are just clutter. Not for Matilde Solbiati, Milanese artist with a lived in Los Angeles. From her Milan workshop in the most creative active area, the Navigli, she speaks into this conversation about her research that stems from primitive elements, often linked to the tradition, and culminates in a reading, interpretation of today’s. She studies Walter Benjamin's philosophy as his compass on this trip that she, after a past in the fashion business, sees her create her own wunderkammer.

 

 

Matilde, what was the first work you have accomplished and what was the path that led you to achieve it?

 

- I find it hard to pick one because they are so many! Let's say that some time ago a stylist friend of mine sent me a photo depicting a collage of a madonna. At that time I was in Los Angeles and just when I saw that piece of art I was inspired to do the same job but with many more elements. That image has stimulated a particular aspect of me, and that's how it came after my first "mask". -

 

 

You Focus your research on human. Would you say that this approach is also an observation to understand your "self"? I think of your "Identity P.I." project.

 

- Yes, definitely. When I create something it is because I see a story that in the end, when the work is finished, can represent me. Although this is not the purposely, it is an unconscious process. "Identity P.I.", for example, I made it shortly after my arrival in America, and I found that Los Angeles is a city that drives you to ask who you are. -

 

Maschera 1  2014

 

 

Tell us the story of "Touch me, look at me, listen”. What is about human that you discovered as a result of this research, of this your work?

 

- It is a project that includes three different works: "Touch me", in which a red organza drape makes a beautiful setting for a set of pictures, and wants to bring out the dichotomy between what the woman is and how, instead, it is seen through the media; the series "Look at me ... the Hollywood eyes" wants to be a way of emphasizing how everyone sees things different. To express this concept I applied discordant elements on the eyes of each actress. Then, finally, there is "Listen" represented by the "silent film" framework that invites looking for the "right sound", to reflect, therefore, more intimately. -

 

Always taking as a red thread your research on human, you push further and come to study primitivism. This makes me think that perhaps we are forced in some way to investigate in the most infinite depths of us to fight the increasingly dominant relativism in our society. Therefore culture and travels are not enough anymore to make us different, better. Do you agree?

 

- Now that you mention it is yes, definitely. The unconscious is fascinating precisely because of approval. And the primitive world is what, historically, I think is the most underrated part, not taken into consideration: I've been thinking about it during my project on the mask which in Latin means “person”. The masks worn in the archaic societies, unlike our imagination, did not represent a person who wanted to be, but who he or she really was. I quote Andrea Branzi (architect, ed) about it that says: << When I see a primitive ritual influenced does not come”.  It's all part of the reality. -

 

What is the current or artist  with which you ”talk" the most?

 

- I do not dialogue directly with the one or with the other. I relate a lot though visually, so with the works, regardless of who made them. Actually I have a very direct relationship with philosophy. All thinkers give me something. Currently I quote Walter Benjamin and Ricoeur who has done a great job with the identity theme. When I read their texts I draw a lot of inspiration. As well as from movies, especially those directed by Fellini and Jodorowsky .-

 

 

 

 

From one point of view, you enjoy a privileged access road towards the artists. But how much is open, according to you, this world to the general public?

 

- I have the impression that today more than ever the public wants to approach the art world, is an example the large turnout of the project "The Floating Piers" by Christo. On the contrary, there are artists, luckily not all of them, which are so tight ... Perhaps it is because they want to do a sort of "natural selection" by performing highly complex works to appreciate and, above all, understanding.-

 

 

Any future plans?

 

- I have a little: those you see on the table, for example, were inspired by Benjamin and his concept of image and thought: while his contemporaries (20s of the' 900, ed) reasoning for "dialectical mediation", he was to trace, among other items, a straight line, thus eliminating the middle ground. Besides that I continue to focus on my previous work.-

 

 

 

www.matildesolbiati.com

 

 

Lettura consigliata: “Il vizio oscuro dell'Occidente. Manifesto dell'antimodernità” di Massimo Fini.

 

Portraid Ph Riccardo Banfi .

 

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