Essenzialità dell’esistenza. Una conversazione con Paola Angelini / Essentiality of existence. A conversation with Paola Angelini

13 Dec 2016

 

 

 

 

 

Viaggio e confronto, dialogo e scoperta. Di se stessi ma anche di nuovi dettagli, più piccoli, che permettono di evolvere il proprio modus operandi, eliminando così ciò che si ritiene superfluo. Questo è il percorso di Paola Angelini, artista pittrice di San Benedetto del Tronto. Con il suo ultimo progetto “What is Orange? Why, an Orange, Just an Orange!” era in mostra alla Marselleria di Milano nel mese di ottobre, ed è per quella occasione che ha risposto a queste domande. 

 

 

Paola, quando è nato in te il bisogno di esprimerti attraverso l’arte pittorica?

 

- Non credo di poter parlare di un inizio, ricordo soltanto che a scuola durante le ore di lezione molto spesso disegnavo, erano elaborati che provenivano dalla mia immaginazione, non avevano nessuno spunto dal reale, erano delle immagini mentali, ripetitive e bidimensionali inizialmente prive di colore, poi ho iniziato a provare un piacere particolare nell’utilizzare i colori e aumentare le dimensioni. Erano disegni fatti a penna che descrivevano delle visioni e componevano un linguaggio del tutto personale. Mio padre è stato il primo a dargli valore. Grazie a lui ho iniziato a guardarli con una sorta di autocompiacimento, avevano una valenza estetica della quale non mi ero curata, e che man mano è stata sempre più cosciente. L’inizio è forse questo, quando ho iniziato a capire attraverso mio padre. Ho però sempre disegnato e utilizzato molto il colore fin da piccola, perché mi annoiavo molto dei libri, della tv e volevo fissare l’ andare del tempo e non avvertire la noia, che da piccola temevo come il lupo mannaro. - 

 

 

Hai vissuto a Venezia, città da sempre rappresentata in dipinti e altre opere d’arte e sede di importanti musei. Una scelta casuale, razionale, o, in qualche modo, hai sentito l’influenze di questo passato comunque presente? 

 

- Sono andata a Venezia per frequentare lo IUAV inizialmente, poi per la residenza in Fondazione Bevilacqua la Masa: ovviamente ero affascinata dalla città. C’è qualcosa di quella fase della mia vita che è rimasta molto presente nel mio lavoro, ho imparato la rarefazione della materia e della luce. Ho interiorizzato anche dalla pittura veneta, il trattare la superficie pittorica senza insistere , accanirsi in certi particolari descrittivi, narrativi, ma trattare tutta la superficie con la stessa intensità. Questo per me non era affatto scontato e, tralasciando le tonalità da cui mi sto distaccando, è rimasta la necessità in alcuni passaggi di quella sospensione e leggerezza.- 

 

 

 

 

 

Sempre a Venezia, presso lo IUAV, hai studiato Arti Visive con Bjarne Melgaard. Quali ricordi hai di questa esperienza e quanto dei suoi insegnamenti è riscontrabile nelle tue opere?

 

Non credo di poter parlare di studio, ma di esperienza. Ho incontrato un artista all’epoca già molto importante e c’è stato uno scambio tra due persone che condividono alcune affinità nel lavoro. Mi ha aiutato a iniziare un percorso lavorativo professionale, e con lui ho potuto realizzare la mia prima personale. Questo è accaduto nel 2011 ma ancora oggi ci sono dei progetti in programma con lui. Mi ha insegnato a fare pittura con semplicità, freschezza e ad avere un’idea precisa di quello che si vuole fare. In pittura questo significa lavorare tanto,  provare a trarre piacere dal lavoro e dai tentativi. Questo non vuol dire superficialità, anzi nel mio caso si tratta di una volontà di maturare un percorso e un atteggiamento verso la pittura. Significa aprirsi e sperimentare. - 

 

 

Hai vissuto un periodo di residenza presso la Nordisk Kunstnarsenter Dale, una residenza per artisti. A livello interpersonale, che tipo di momento è stato?

 

- L’esperienza alla NKD si è ripetuta in due momenti diversi e in due fasi diverse. La prima nel 2014 e la seconda volta questa estate . È stata una residenza in cui spesso ero sola in studio a lavorare. I momenti che si sono creati di scambio con il direttore e con gli artisti ospiti sono stati attimi in cui si riusciva a parlare di tutto e si arrivava anche a parlare del lavoro con un atteggiamento di grande rispetto e ascolto. Si chiedeva, si osservava e si rifletteva insieme. Si è creata una sorta di sospensione del giudizio. Non sono abituata a questa modalità di dialogo sul lavoro e all’inizio mi ha un po’ spaesata; in realtà mi ha fatto capire che non si trattava infatti di convincere, realizzare un progetto chiuso, o dimostrare. Era un luogo dove si lavorava e per questo c’era rispetto per questa possibilità di tempo in cui ci si isola e si provano a capire cose nuove. - 

 

 

L’esperienza alla NKD ti ha permesso di realizzare delle opere, alcune delle quali sono state protagoniste in ottobre della tua personale presso la Marselleria, a Milano. L’esposizione aveva come titolo “What is Orange? Why, an Orange, Just an Orange!”, che messaggio hai voluto trasmettere con questo attributo?

 

- Ho avuto questa bella possibilità a Milano dove in poche occasioni ho avuto modo di esporre il mio lavoro. Si trattava di una mostra che raccontava questa mia ultima fase di ricerca pittorica. Non si tratta di un progetto chiuso e definito ma di mostrare una fase di ricerca nuova per me che continua a lavorare nella mia mente. Credo che sia stata una mostra molto aperta e potenzialmente in divenire. Forse è l’inizio di questa mia volontà di riscoprire dei soggetti e degli atteggiamenti sul lavoro ma in un’ottica più essenziale e chiara. Lo studio del colore, della materia e la possibilità di dare comunque una valenza e un peso alla scelta del soggetto, senza caricare di aspettative il processo del lavoro. Questa nuova serie di lavori provengono tutti dal periodo di residenza in Norvegia, in cui ho lavorato molto e dove è stato molto difficile riavvicinarsi al ritratto ad esempio, o alla natura morta, provando a tenere in sospeso il giudizio e avendo come linea di fondo un idea di base semplice. - 

 

 

Vi era però un dipinto che sembrava estraneo a tuti gli altri. Come mai questa scelta di inserirlo, di spezzare in qualche modo un filo logico che invece legava tutte le altre?


- Il dipinto a cui ti riferisci forse è un piccolo paesaggio visto dall’alto. In realtà quel dipinto nonostante avesse un soggetto diverso e una materia differente, a me è servito in mostra come chiave di lettura per gli altri lavori. Era una mia pausa di respiro e di piacere, che non volevo nascondere e ho deciso di esporlo. - 

 

 

Quali sono le prossime manifestazioni in cui si potranno trovare alcuni dei tuoi dipinti?

 

- Ho delle cose in programma ma sono ancora in fase decisionale, quindi preferisco non anticipare nulla. - 

 

 

 

 

 

 

Travel and confrontation, dialogue and discovery. Of ourself but also of new details, smaller, that allow us to evolve our modus operandi, thus eliminating what is considered superfluous. This is the path of Paola Angelini, painter from San Benedetto del Tronto. With her latest project "What is Orange? Why, an Orange, Just an Orange!" was on show at the Marselleria in Milan this october, and it is for that occasion that responded to these questions.

 

 

Paola, when was born in you the need to express yourself through the art of painting?

 

- I do not think we can speak of a beginning, I only remember that at school during the hours of lessons I often drew, and than I realized that them were processed that came from my imagination, had no one inspired by reality, were of mental images, and two-dimensional repetitive initially without color, then I started to feel a particular pleasure in using the colors and increase the size. They were drawings in pen describing the visions and composed a very personal language. My father was the first to give them value. Thanks to him I started to look at them with a kind of self-satisfaction, they had an aesthetic value of which was not taken care of me, and as has been increasingly conscious. Let’s say that this is the beginning, when I started to understand through my father. But I have always drawn and used much color since childhood, because I was bored a lot of the books, the television and I wanted to fix the course of time and not feel boredom, that as a child, I was afraid as the werewolf. -

 

 

You have lived in Venice. This city has always been represented in paintings and other works of art and is home to major museums. A random choice, rational, or, in some way, did you hear the influences of this past still present?

 

- I went to Venice to attend the IUAV initially, then for residency in Fondazione Bevilacqua la Masa: of course I was fascinated by the city. There is something of that phase of my life that has remained very present in my work, I learned the scarcity of matter and light. I also internalized by the Venetian painting, treat the pictorial surface without insisting, persisting in certain descriptive details, narrative, but to treat the entire surface with the same intensity. This for me was unexpected and, ignoring the tone of which I am detaching, it has been the need in some passages of that suspension and lightweight. -

 

 

 

 

 

Also in Venice, at IUAV, you studied Visual Arts with Bjarne Melgaard. What are your memories of this experience, and how much of his teachings can be found in your works?

 

- I do not think we can speak of the study, but experience. I met an artist at that time already very important and there was an exchange between two people who share some similarities in the work. It helped me to start a professional career path, and with him I was able to realize my first solo. This happened in 2011, but even today there are projects planned with him. He taught me to paint with simplicity, freshness and to have a precise idea of ​​what I want to do. In painting this means to work hard, try to get pleasure from work and from attempts. This does not mean superficiality: in my case it is a desire to develop a path and an attitude towards painting. It means opening up and experience. -

 

 

You have experienced a period of residence at the Nordisk Kunstnarsenter Dale, a residence for artists. At the interpersonal level, what kind of time it was?

 

- The experience to NKD was repeated at two different times, and in two different phases. The first in 2014 and the second time this summer. It was a house where I was often alone working in the studio. The moments that are created for exchange with the director and with the guest artists were moments when you could talk about everything and we also came to talk about the work with an attitude of respect and listening. We wondered, observed and reflected together. It has created a kind of suspension of judgment. I'm not used to this kind of dialogue in the workplace and at the beginning has a little bewildered me; actually it made me realize that it was not in fact to convince, create a closed project, or prove. It was a place where you worked and because of that there was respect for this possibility of time in which one isolated himself and try to figure out new things. -

 

 

This experience also allowed you to create works, some of which were featured in your latest solo exhibition at Marsèlleria, in Milan, titled "What is Orange? Why, an Orange, Just an Orange! ", What message did you want to convey with this attribute?

 

- I had this great opportunity to show in Milan where in a few occasions I have had the chance to exhibit my work. The paints told my last phase of pictorial research. This is not a closed and defined project but a new research phase for me that continues to work in my mind. I think it was a very open exhibition and potentially in the making. Maybe it's the beginning of my desire to rediscover the subjects and attitudes at work but in a more essential and clear perspective. The study of color, the material and the possibility of giving still a value and a weight to the choice of the subject, without loading of expectations about the labor process. This new series of works all come from the period of residence in Norway, where I worked a lot and where it was very difficult to draw closer to the portrait for example, or to still life, trying to keep the proceedings and having as a bottom line a ​​simple base idea. -

 

 

 

 

But there was a painting that seemed unrelated to all of the others. Why did you choose to add it, maybe to break in some way a logical thread that instead tied all the others?

 

- The painting that you perhaps referring to is a small landscape seen from above. In fact the painting despite a different subject  and matter, served to me in the exhibition as an interpretation to other jobs. It was my breathing and pleasure space, that I did not want to hide, so I decided to expose. -

 

 

What are the upcoming events where we can find some of your paintings?

 

- I have things planned but are still in the decision-making process, so I prefer not to anticipate anything. -

 

 

www.paolaangelini.com

 

 

 

Libro consigliato: “Bjarne Melgaard” di Nick Vogelson e Bjarne Mlgaard, edito da Skira - Rizzoli

 

 

 

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