Maglieria è moda: una conversazione con le fondatrici di Sartoria Vico / Knitwear is fashion: a conversation with Sartoria Vico founders

6 Dec 2016

 

 

 

La prima ad accogliermi è Cristina Del Buono. Sorridente ed entusiasta, mi invita a varcare la soglia dello studio milanese che condivide con Stefania Casacci, sua amica dai tempi dell’università, nonché co-fondatrice di Sartoria Vico. Guardandole, mentre mi spiegano la collezione corrente, quella autunno - inverno, e quella per la prossima estate, percepisco subito la loro forte coesione, la loro alchimia. Mi fanno quindi accomodare per introdurmi al loro mondo fatto di materiali di prima qualità, colori, geometrie e… Uberta Zambeletti. 

 

 

 

Cristina, Stefania, con quali obiettivi avete dato inizio nel 2011 a Sartoria Vico?

 

- Grandi obiettivi, in tutta onestà, non ne abbiamo mai avuti. Non abbiamo creato Sartoria Vico con un business plan già pronto. L’unico fine che ci siamo poste dall’inizio, è quello di realizzare collezioni autentiche, spontanee, fatte in Italia e che ci rappresentano a pieno. Quindi, a livello pratico, possiamo dire che è la filiera l’unico aspetto che è nato parallelamente al brand. - 

 

 

Entrambe siete laureate in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano, ma siete specializzate in due ambiti diversi: Cristina ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Foggia, Stefania ha seguito il corso in Experimental Design & Fashion Management. Queste fasi del vostro percorso, in quali dettagli di Sartoria Vico emergono?

 

- La base comune, ovvero il Politecnico, si connota per la formazione del rispetto del design. Questo aspetto emerge sopratutto dalla direzione creativa che seguiamo entrambe. Le altre mansioni sono separate e, a onore del vero, non appartengono molto al nostro passato. Quello che è certo è che non prendiamo mai decisioni definitive senza prima consultarci. Il cuore di Sartoria Vico siamo noi due. -

 

 

 

 

 

 

 

Perché avete scelto proprio la maglieria come capo da sviluppare?

 

- Perché ci appartiene molto: è progettuale, endemica. Certamente è molto diversa dalla sartoria che ha criteri differenti. Potremmo dire che la prima ha un approccio più “scultoreo”, mentre la seconda è assimilabile all’architettura. Ci piace davvero tanto avere una linea intera di maglieria, se pensiamo che nel 2011 siamo partite solo con gli accessori. - 

 

 

Come mai, allora, avete scelto di chiamarvi proprio “Sartoria” Vico?

 

- È nato per gioco e per due motivi: ci piace molto come “suona” e, cosa più importante, riesce a trasmettere quello che vogliamo comunichi il brand: la cura per il dettaglio e, soprattutto, per il corpo. E questo grazie ai filati. -

 

 

A proposito di dettagli, quali sono quelli che rendo unico il vostro progetto?

 

- Le nostre fisse sono la forma e le linee. Oltre al piacere del disegno puro infatti, abbiamo voluto sin da subito ottimizzare la produzione che ci ha portate ad avere rette essenziali non solo per quanto riguarda l’estetica, ma anche per rafforzare la qualità stessa degli abiti e il rapporto di questi con il corpo. Ne deriva quindi una stretta collaborazione con i laboratori: insieme al loro cerchiamo ogni volta il metodo migliore per creare il prodotto. -

 

 

Avete realizzato una capsule collection invernale insieme a Uberta Zambeletti proprietaria del negozio Wait & See a Milano. Com’è nata questa collaborazione e, ne seguiranno altre?

 

- Uberta è stata la prima a vendere le nostre collezioni. D’allora il rapporto si è via via consolidato: ci stimiamo molto nonostante proveniamo da galassie completamente diverse. È una grande professionista e lo si capisce dal fatto che non le sfugge neppure il più piccolo dei dettagli. La collaborazione è nata un giorno, parlandone e decidendo di confrontarci su tutto: dalla lavorazione dell’intarsio alla figura del kimono. Ci siamo accorte che quello che ci mancava era il “ting”, quel qualcosa in più. Il risultato è un perfetto equilibrio tra la nostra personalità e la sua, ovvero scomporre, ribaltare, per poi trovare un ordine unico. Per questo motivo abbiamo collaborato con lei anche per la stagione estiva: ormai ci abbiamo preso gusto! -  

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggendo la breve storia di Sartoria Vico, mi ha particolarmente incuriosito l’aspetto del “locally made”. Come lo sviluppate e, perché avete fatto questa scelta?

 

- Questa visione è stata una necessità. Un po’ perché il nostro è un approccio molto legato al processo produttivo, e poi perché è un scelta etica: siamo in Italia e ci sembrava assurdo realizzare le collezioni fuori dal nostro Paese, che è fatto di aziende familiari pronte a insegnarci molto ogni giorno. Per le nostre dimensioni, queste realtà sono perfette anche perché con esse si possono costruire dei veri rapporti umani. Pensa, che con una di loro lavoriamo dalla produzione del nostro primo pezzo in assoluto. - 

 

 

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

 

- Al momento vogliamo strutturarci sempre meglio. Chiaramente abbiamo anche dei grandi sogni, come ampliare di molto la collezione, indagando così tutti gli aspetti e le potenzialità della maglieria. -

 

 

 

 

 

The first to welcome me is Cristina Del Buono. Smiling and enthusiastic, she invites me to cross the threshold of the Milanese studio she shares with Stefania Casacci, her friend since college, and co-founder of Sartoria Vico. Looking at them, while they explain to me the current collection, the fall - winter, and that for next summer, immediately I perceive their strong cohesion, their chemistry. So, they make me accommodate to introduce me to their world made of premium materials, colors, shapes and ... Uberta Zambeletti.

 

 

 

 

 

 

Cristina, Stefania, with what aims you have started in 2011 Sartoria Vico?

 

- Corporate objectives, in all honesty, we have never had. we did not create Sartoria Vico with a business plan ready. The only goal which we posed the beginning, is to create authentic collections, spontaneous, made in Italy and who represent us in full. So, on a practical level, we can say that the only aspect that was born in parallel with the brand is the production chain. -

 

 

You are both graduates in Industrial Design at the Milan’s Politecnico, but you are specialized in two different fields: Cristina attended the Academy of Fine Arts in Foggia, Stefania has followed the course in Experimental Design and Fashion Management. These stages of your journey, in which details of Sartoria Vico emerge?

 

- The common basis, namely the Polytechnic, is characterized by the formation of the respect of design. This aspect emerges above all from the creative direction that we both follow. The other tasks are separated and, to tell the truth, not so belong to our past. What is certain is that we never take final decisions without first consult the other one. Sartoria Vico’s heart is the two of us.

 

 

 

 

 

 

Why did you choose  knitwear as clothe to be developed?

 

- Because it belongs a lot to us: it is planning, endemic. Certainly it is very different from tailoring that has different criteria. We could say that the first has a more "sculptural approach", while the second is similar to the architecture. We like very much to have a whole line of knitting, if we think that in 2011 we left only with accessories. -

 

 

Why, then, you have chosen to call it “Sartoria” Vico?

 

-It was a joke. And for two reasons: we love it as a "sound" and, more importantly, is able to convey what we want to communicate with the brand: the care for detail and, above all, for the body. And this thanks to the yarns. -

 

 

Speaking of details, which are the ones that make your brand unique?

 

- We work a lot on shapes and lines. Besides the pleasure of pure design in fact, we wanted to optimize production from the outset that has brought us to have essential figures not only as regards the aesthetics, but also to strengthen the same quality of the clothes and the relationship of these with the body . The result is therefore a close connection with the laboratories: together with them every time we try the best method to create the product. -

 

 

You have created a capsule collection for this winter with Uberta Zambeletti owner of the Wait & See boutique in Milan. How did this collaboration, and others will follow?

 

- Uberta was the first to sell our collections. Since then the ratio has gradually consolidated: we estimate each other a lot despite we come from completely different galaxies. She is a great professional and we can tell you that she does not miss even the smallest of details. The collaboration came about one day, talking and deciding to deal on everything from the processing inlay to the kimono figure. We realized that what we needed was the "ting", that something extra. The result is a perfect balance between our personality and her or, decompile, reverse, and then find a single order. That is why we decided to collaborate together also for the summer collection: we are so delighted! - 

 

 

 

 

 

 

Reading the short story of Sartoria Vico, the "locally made" feature has particularly intrigued me. How it is developed, and why you made this choice?

 

- This vision was a necessity. A little because our approach is very close to the production process, and then because it is an ethical choice: we are in Italy and we seemed absurd to create collections outside of our country, which is made up of family farms ready to teach us a lot every day . For our size, these realities are perfect because with them you can build real human relationships. With one of them we work from the production of our first ever piece. -

 

 

What are your plans for the future?

 

- At the moment we want to structure ourselves better and better. Of course we also have big dreams, such as expand greatly the collection and investigating all aspects and potential of knitwear. -

 

 

 

sartoriavico.it

 

 

Libro consigliato: “D’Annunzio e la magia della moda” di Paola Sorge, Elliot editore. 

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