Se Caravaggio fa cassetto: sulla parabola discendente delle mostre italiane / If Caravaggio is synonymous of convenience: about the downhill parable of Italian exhibitions

22 Oct 2017

 

 

 

 

 

Picasso, Van Gogh, gli Impressionisti, Boccioni, Raffaello e Caravaggio. Grandi nomi per altrettante opere d’arte. Che siano sculture o dipinti, i secoli italiani ed esteri si sono distinti per aver visto nascere e vivere artisti straordinari, i quali sono perennemente citati dagli accademici e stampati sui libri di scuola. Così come si rincorrono a cadenza quasi regolare nei musei di tutto il mondo, specialmente in Italia dove pare siano oltre 10.000 le esposizioni che ogni anno vengono organizzate nel nostro paese, molte delle quali comprendono appunto queste importanti figure. 

Ci si potrebbe chiedere dove sia il problema. In effetti le code infinite ai botteghini dei più grandi musei italiani ci sono, e grazie a queste, tali monumenti pubblici possono mantenersi. E quest’ultimo aspetto è certamente cosa non di poco conto. Tuttavia, ha anche un risvolto negativo: l’omologazione della cultura, e quindi delle persone: proporre continuamente, senza sosta, un certo tipo di mostre cassetto, che vedono protagonisti gli stessi nomi - se non addirittura opere - comporta necessariamente una uniformità dei gusti. Una moda. 

L’arte vede così venire meno la sua esclusività, così come la qualità. Il pamphlet di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, Contro le mostre, uscito in questi giorni per Einaudi, punta il dito proprio su quest’ultimo aspetto, e critica il sistema organizzativo delle mostre nostrane, risparmiando ben poche realtà, sostenendo, in maniera deliziosamente snob, che il libro è nato - per dire “basta” alla marea montante di mostre brutte, mal fatte, furbe, sciatte, (..), imposte da società di produzione private e subite da amministrazioni pubbliche allo sbando -. 

 

Picasso, Van Gogh, Impressionists, Boccioni, Raffaello and Caravaggio. Great names for as many works of art. Whether they are sculptures or paintings, the Italian and foreign centuries have distinguished themselves for having been born and living by extraordinary artists, which are perpetually cited by academics and printed on school books. Just as they run almost regularly in museums around the world, especially in Italy, where there are over 10,000 exhibitions that are organized every year in our country, many of which include these important figures.

You might wonder where the problem is. Indeed, the endless lines of the biggest Italian museums are there, and thanks to these, such public structures can be maintained. And this last aspect is certainly not a matter of fact. However, it also has a negative twist: the homologation of culture, and hence of people: to propose continually, uninterruptedly, a certain kind of drawer exhibitions, which see the same names, if not even works, as protagonists - necessarily involves uniformity of taste. A fashion.

Art therefore sees loosing its exclusivity, as well as quality. Tomaso Montanari's and Vincenzo Trione's pamphlet, Contro le mostre, released these days for Einaudi, points to this latter aspect, and criticizes the organizational system of our own exhibitions, saving a few realities, supporting, in a deliciously snobly approach, that the book was born - to say "enough" to the upright tide of bad, badly done, shabby, shaky exhibitions (..), imposed by private production companies and suffered by public administrations to the shambles -.

 

 

 Contro le mostre di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione (Einaudi)

 

 

 

 

Politica, logiche di marketing e favoritismi, sono tra gli elementi più incisivi di questa pratica. Ma non c’è, forse, anche un po’ di pigrizia da parte di queste strutture? I musei appaiono sempre meno invogliati a rappresentare chi sta facendo oggi la storia dell’arte. Troppo rischioso. C’era davvero bisogno dell’ennesima mostra di Klimt al MUDEC di Milano? O di quella su Frida Khalo che vedrà la luce il prossimo febbraio nella stessa sede? O ancora, quella, inspiegabile, dedicata ai Pink Floyd al MACRO di Roma. Al di là dei gusti estetici del singolo, dovrebbero essere enfatizzati non i nomi in voga in questo momento, ma piuttosto il valore che le loro opere assumono in relazione ai nostri tempi, o alle geografie, legando così l’artista al territorio, come scrivono nuovamente Montanari e Trione, suggerendo di - “rompere la gabbia”, e riconquistare il nesso essenziale (…) con la memoria e la storia, con la salvaguardia del paesaggio -. Come ha fatto Mario Bellini curando la memorabile mostra su Giotto a Palazzo Reale nel 2015, definita dai due autori come una - sofisticata interpretazione, progettando un percorso emozionale, che salda rigore e dinamismo -. Urgente è per i due critici anche - ricominciare a “camminare il patrimonio”-. La GAM Manzoni di Milano ha inaugurato venerdì scorso la mostra dedicata ai Macchiaioli e ai loro dipinti presenti nelle collezioni lombarde. E questo potrebbe essere un esempio, tuttavia si tratta di un evento realizzato da un’associazione culturale privata. Più calzante, benché sempre indipendente dal nesso arte-fondi statali, è probabilmente Silenzio, il percorso artistico-spirituale intrapreso dall’artista Ferruccio Ascari sempre a Milano, organizzato in ben tre spazi sacri della città: nel chiostro piccolo di San Simpliciano, la chiesa di San Raffaele e quella di San Bernardino alle Ossa. Le opere esposte saranno in mostra fino al 1 dicembre. 

 

Politics, marketing logic and favoritism are among the most intriguing elements of this practice. But is there perhaps, a bit of laziness on these structures side? The museums are becoming less and less enthusiastic to represent the history of today’s art. Too risky. Was there really need for Klimt's exhibition at MUDEC in Milan? Or what about Frida Khalo who will see the light next February in the same venue? Or, that, inexplicable, dedicated to Pink Floyd at MACRO in Rome. Beyond the aesthetic tastes of the individual, not the names in vogue at this time should be emphasized, but rather the value that their works take in relation to our time, or geographies, thus linking the artist to the territory, as they write again Montanari and Trione, suggesting to - "break the cage", and regain the essential connection (...) with memory and history, with the preservation of the landscape -. So did Mario Bellini when he took care of the memorable exhibition on Giotto at the Palazzo Reale in Milano in 2015, defined by the two authors as a - sophisticated interpretation, designing an emotional pathway, with strong rigor and dynamism -. Urgent is for the two critics too - to start "walking the heritage" -. GAM Manzoni in Milan inaugurated on Friday the exhibition dedicated to the Macchiaioli and their paintings in the Lombard collections. And this could be an example, but it is an event made by a private cultural association. More correct, albeit always independent from the state’s founds, is probably Silence, the artistic-spiritual journey undertaken by the artist Ferruccio Ascari, always in Milan, organized in three city’ sacred spaces: in the little cloister of San Simpliciano, San Raffaele and San Bernardino alle Ossa. The exhibited works will be on display until 1 December.

 

 

A glimpse of Giotto, l'Italia, held at Palazzo Reale of Milan in 2015

 

 

 

 

Pare che molte delle mostre organizzate da strutture civiche non sappiano più tradurre la contemporaneità. Tuttavia, esistono degli esempi positivi, sia in Italia, anche se spesso su iniziativa privata, che all’estero. Fondazione Prada venerdì 20 ottobre ha svelato il progetto curato da Germano Celant dal titolo Famous Artists from Chicago. 1965-1975. In questo caso, la corrente ripresa dal curatore è quella della pop-art che traduce le condizioni di precarietà economiche-sociali della capitale dello stato dell’Illinois, che possono essere facilmente ricondotte a quelle in cui si trova oggi il mondo. Risalto viene dato in particolare modo ai due artisti che hanno saputo anticipare quella che tra gli anni 80 e 90 del secolo scorso è stata definita street art: Monster Rosters e Chicago Imagists. Perché una curatela così non è venuta in mente anche al Museo del 900 di Milano il quale, ovviamente, continua a riproporre Andy Warhol, sebbene in contesti tematici diversi?

A Parigi, la Monnaie, istituzione del governo, ha da poco aperto le sue sale alla mostra Women House, in cui un collettivo di artiste di tutto rispetto, tra cui l’iraniana Nazgol Ansarinia, Louise Bourgeois e Niki de Saint Phalle, dialogano attraverso i loro artefatti sul tema della condizione femminile, quanto mai attuale; basti pensare al caso Weinstein, alle dichiarazioni misogine di Trump o al costante e devastante fenomeno del femminicidio. Quello francese è un modello a cui si dovrebbe guardare. 

 

It seems that many of the exhibitions organized by civic structures can no longer translate contemporaneity. However, there are positive examples, both in Italy, even often on private initiative, and abroad. Prada Foundation on Friday, 20 October, unveiled the project designed by Germano Celant, Famous Artists from Chicago. 1965-1975. In this case, the current taken from the curator is that of pop art that translates the conditions of economic-social insecurities of the state capital of Illinois, that can be easily translated in the current world situation. Particular emphasis is given to the two artists who have been able to anticipate what was termed street art in the 80's and 90's of the last century: Monster Rosters and Chicago Imagists. Why this kind of museum set up did not came to mind to Museo del 900 in Milan, which, of course, continues to revive Andy Warhol, though in different thematic contexts? 

Monnaie de Paris, a government institution, has recently opened its halls to the Women House show, where a group of highly respected artists, including Iranian Nazgol Ansarinia, Louise Bourgeois and Niki de Saint Phalle, expose their artifacts about  the topic of the feminine condition, which is still present; just think of the Weinstein case, the Trump misogical statements or the constant and devastating phenomenon of feminicide. French is a model that should be look at. 

 

 

 ​Sofia Cacciapaglia's work at the 54° Venice Biennale 

 

 

 

 

Come succede in questi casi, viene da chiedersi se sia meglio espatriare o propendere per visitare solo realtà private. Certo che no, e il caso di Bellini lo dimostra. Questo discorso vale anche per le mostre allestite apposta per Instagram, come la Color Factory di San Francisco e l’Ice Cream Museum di Los Angeles, che potrebbero creare un pericoloso precedente in termini della forma che va a prevalere sulla sostanza. Questa non è avanguardia, è puro mercato, luogo senza confini fisici - ma certamente ideologici -, che non osa avvicinarsi - perlomeno nel Bel Paese - ai nuovi nomi dell’arte. Nel 2011, la Biennale di Venezia, ha ospitato, tra gli altri, la pittrice milanese Sofia Cacciapaglia, la più giovane in assoluto tra tutti i partecipanti delle varie edizioni. Una nota di orgoglio che avrebbe dovuto innescare meccanismi volti a enfatizzare questa promessa nel suo paese nativo. Invece no, benché abbia successo dal punto di vista dei collezionisti e quindi delle gallerie private, è difficile vedere le sue opere all’interno di strutture museali pubbliche. E come lei molti altri. E questo è un problema, perché l’arte deve arrivare a chiunque, pur mantenendo la sua unicità.

Si dovrebbe essere pronti a scommettere il grande successo di pubblico (e forse di critica), se un giorno Palazzo Reale di Milano, per citarne uno, dovesse organizzare le sue sale meravigliose in favore di questi giovani artisti. Perché no? Con le risorse mediatiche che si hanno oggi a disposizione e gli sponsor - non è il caso di citare i finanziamenti pubblici in quanto effettivamente miseri - si potrebbe davvero contribuire a realizzare un allestimento accattivante e culturalmente significativo. Didattico.

 

As it happens in these cases, one wonders whether it is better to expatriate or to propose to visit only private realities. Certainly no, and Bellini's case proves it. This is also true for the exhibitions set up just for Instagram, such as the San Francisco Color Factory and the Los Angeles Ice Cream Museum, which could create a dangerous precedent in terms of form that prevails over the substance. This is not avant-garde, it is a pure marketplace, a place without physical but certainly ideological boundaries, that does not dare to approach - at least in the Bel Paese - the new names of art. In 2011, the Venice Biennale hosted, among others, the Milanese painter Sofia Cacciapaglia, the youngest among all the participants of the various editions. A note of pride that should have triggered mechanisms to emphasize this promise in her native country. But no, although it is successful from collectors' point of view and private galleries, it is difficult to see her works within public museum structures. And like her many others. And this is a problem, because art has to come to anyone, while maintaining its uniqueness.

We should be ready to bet the great public success (and perhaps of crititics) if one day the Palazzo Reale of Milan, to name one, should organize its wonderful halls in favor of these young artists. Why not? With the media resources available today and the sponsors - it is not worth mentioning public funding as actually miserable - it could really help to create a captivating and culturally significant set-up. Didactic.

 

 

 

Fondazione Prada - Famous Artists  

 

 

 

Nel mondo dell’editoria, gli incassi proventi dalle vendite di coloro che fanno i grandi numeri, servono anche per dare la possibilità agli autori minori di venire pubblicati. Lo stesso avviene nel cinema, così come nella moda. In quest’ultimo caso infatti, si realizzano accessori o prodotti di bellezza a prezzi reasonable, di modo da poter utilizzare gli utili per produrre gli abiti i quali, ovviamente, vengono venduti con molta meno frequenza. Altrimenti non ci sarebbero le sfilate - con conseguenti introiti -, i libri come lo stesso Contro le mostre, oppure le piccole produzioni cinematografiche. Nell’arte questo non avviene. Almeno non i maniera così lampante. In questo caso il modo di concepire gli spazi, e quindi anche la cultura stessa, è sempre il medesimo: la celebrità è sinonimo di pubblicità e di ricavi, dunque si dà più valore a lei. - Ma sono necessarie per via del turismo -, dicono. Sì, se il paese in cui si organizzano fosse in tutt’altra parte del mondo. Ma qui si è in Italia, lo stato che gode maggiormente rispetto agli altri paesi dei siti appartenenti al patrimonio dell’umanità riconosciuti dall’Unesco. Non c’è bisogno di attirare i visitatori, perché vengono comunque, richiamati dalle nostre virtù culinarie, geografiche, culturali e climatiche. E allora, chi è preposto dovrebbe ripensare il valore delle esposizioni anche rispetto a questi ultimi importanti elementi, in favore di un’Italia davvero unica e non circoscritta ai soliti volti e ai medesimi orizzonti. 

 

In the publishing world, revenue from the sales of those who make big numbers also serves to give the smaller authors the chance to publish. The same is true in cinema as well as in fashion world. In fact, in the latter case, beauty accessories or accessories are produced at reasonable prices so that they can use the profits to produce the clothes which, of course, are sold less frequently. Otherwise there would be no runway shows - with consequent revenue - books such as the same Contro le mostre, or small movie productions. In the art world this does not happen. At least not so obviously. In this case, the way to conceive spaces, and hence also culture itself, is always the same: celebrity is synonymous with advertising and revenue, so it gives more value to he or she. - But they are needed because of tourism - they say. Yes, if the country where they were organized was anywhere in the world. But here it is in Italy, the state that enjoys more than the other countries of the Unesco world heritage sites. There is no need to attract visitors because they are, however, recalled by our culinary, geographical, cultural and climatic virtues. And then, who is responsible should rethink the value of the exhibitions even with respect to these last important elements, in favor of a truly unique Italy and not circumscribed by the usual faces and the same horizons.

 

 

 

 

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