Ya Basta Hijos De Puta: arte violenta, arte virtuosa / Ya Basta Hijos De Puta: violent art, virtuous art

6 May 2018

 

 

 

Premessa: quando ho  incontrato la fotografa Gloria Ghiani per vedere la personale di Teresa Margolles al PAC di Milano, questo editoriale non era in fase embrionale, dirò di più, non esisteva proprio. L’idea di scriverlo è venuta passo dopo passo, opera dopo opera. E, soprattutto, a seguito di una lunga riflessione, e non è detto sia da considerarsi completa. Per questo ho chiesto a Ghiani se potevo riportare qui, in uno spazio cartaceo-virtuale anche il suo punto di vista, e la ringrazio per la sua concessione. 

Ya Basta Hijos De Puta è il nome dato alla mostra (aperta fino al 20 maggio, ndr) e i figli di puttana del titolo sono, per l’esattezza, gli uomini violentatori e assassini nonché il crimine organizzato. Ambedue gli aspetti sono estese piaghe del paese di origine della versatile artista, il Messico. Ma, come è ben noto, fanno parte della cronaca di molti paesi, tra cui l’Italia. 

Attendo Ghiani davanti al museo. I miei occhi incrociano i joggers intenti ad allenarsi ai Giardini Pubblici Indro Montanelli, in Porta Venezia, mentre sul marciapiede di via Palestro accaldati turisti si dirigono verso il quartiere di Brera per via della Design Week, o per gustare un aperitivo. Fa caldo ed è solo il 19 aprile. 

Entriamo nella prima sala,  poi nella seconda e così via. Fortuna vuole che a frequentare gli spazi, quel giorno, fossi solo noi due. Le opere dell’autrice, formatasi in medicina legale e perfezionatasi con il collettivo SEMEFO (Servicio Médico Forense) per dieci anni - aspetto da non sottovalutare al fine di una riflessione completa sui suoi lavori -, sono tutte a nostra disposizione. 

 

Premise: when I met the photographer Gloria Ghiani to see Teresa Margolles' personal exhibition at the PAC in Milan, this editorial was not in its infancy, I will say more, it did not exist. The idea of ​​writing it came step by step, work after work. And, above all, following a long reflection, and it is not said to be considered complete. This is why I asked Ghiani if ​​I could bring her point of view back to a paper-virtual space, and I thank her for her grant.

Ya Basta Hijos De Puta is the name given to the exhibition (open until May 20, ed) and the sons of a bitch of the title are, to be exact, men raping and murdering as well as organized crime. Both aspects are extensive wounds of the country of origin of the versatile artist, Mexico. But, as is well known, they are part of the chronicle of many countries, including Italy.

I await Ghiani in front of the museum. My eyes meet the joggers intent on training at the Indro Montanelli Public Gardens, in Porta Venezia, while on the sidewalk of Via Palestro, tourists are warming up towards the Brera district because of the Design Week, or to enjoy an aperitif. It's hot and it's only April 19th.

We enter the first room, then the second and so on. Luckily, it was only the two of us who were going to attend the space that day. The works of the author, trained in legal medicine and perfected with the collective SEMEFO (Servicio Médico Forense) for ten years - aspect that should not be underestimate for a complete reflection on her work - are all available to us.

 

 

Teresa Margolles installation view at PAC Milano 2018 photo Nico Covre, Vulcano 

 

 

 

Davanti a noi si staglia la tragicità del reale, l’antitesi della perfezione richiesta dalla società dell’immagine. Verso metà del percorso, c’è l’opera Papeles, del 2003, la quale può sembrare di primo acchito un lavoro pittorico astratto realizzato con degli acquarelli. E in effetti elementi come la carta e l’acqua ci sono, ma Margolles ha utilizzato un ulteriore medium organico per compiere il suo messaggio: i liquidi di scarto, tra cui il sangue - infatti il colore primario del lavoro è il rosso -, rilasciati dai corpi di donne morte a seguito di una violenza e rilevati durante la loro autopsia. 

Di primo acchito la sala contenenti le opere del progetto Joyas (2007) sembra discordante con le altre. Non tanto per l’asetticità della messa in scena, riscontrabile anche negli altri spazi e corretta, al fine di risaltare la tragicità del messaggio, piuttosto per gli oggetti esposti: dei gioielli. L’artista messicana ha fatto realizzare da un orafo del suo paese dei veri e proprio monili in oro, i quali rassomigliano ai classici orpelli utilizzati dai narcotrafficanti: oggetti pacchiani, che, più grandi sono e più potenza si possiede. Di fatto sono un titolo, uno status. Ma al posto delle pietre preziose, vi sono inseriti i pezzi di vetro o dei proiettili estratti dai cadaveri. Ogni pezzo racconta una storia di vittime e carnefici. 

Il cammino, vissuto come se in sottofondo ci fosse un eco perpetuo della parola violenza, trova il suo senso apicale nelle ultime opere: 57 cuerpos (2010) e Vaporizacion (2002-2018). La prima, esteticamente perfetta, ha insita la carenza umana, che trascina con sé un forte moto di tristezza e di perdita: essa lega su di una corda lunga più di due metri cinquantasette fili, residui di quelli utilizzati nelle autopsie per ricucire corpi di vittime non identificate di Guadalajara. La seconda merita un capoverso. 

Dobbiamo salire un po’ di scale per raggiungere quella che è definibile come l’opera-installazione più intensa di tutta la rappresentazione. Arriviamo infine davanti a un corridoio in penombra e già si ha modo di respirare un’aria diversa rispetto a quella normale: si tratta di vapore, quello che fuoriesce leggermente dalla sala vera e propria, distante una sottile tenda di plastica. Per dare un’idea, è sembrato di respirare e vedere quella nebbiolina emanata in discoteca per creare una certa atmosfera. Solo che qui, il divertimento è lontano anni luce dall’essere pensato e tantomeno desiderato. All’interno di quello spazio, infatti, viene sprigionata dell’acqua vaporizzata, in cui l’artista ha inserito frammenti di lenzuola con cui sono state ricoperte vittime di morte violenta presi in un obitorio di Milano. Quando leggiamo sulla didascalia questa descrizione, ci accorgiamo di un cartello affisso nelle vicinanze, in cui si avvisa che l’inalazione non reca danno alcuno per la salute, tuttavia è consigliabile sostare solo per breve tempo. E tanto basta. Vedo Ghiani entrare. 

 

Before us stands the tragedy of the real, the antithesis of perfection required by the society of the image. Towards the middle of the path, there is the work Papeles, from 2003, which may seem at first glance an abstract pictorial work done with watercolors. And indeed, there are elements like paper and water, but Margolles has used another organic medium to fulfill her message: waste liquids, including blood - in fact the primary color of the work is red -, released from the bodies of dead women as a result of violence and detected during their autopsy.

At first, the room containing the works of the Joyas project (2007) seems to be discordant with the others. Not so much for the asepticity of the staging, also found in other spaces and correct, in order to highlight the tragedy of the message, rather for the objects on display: jewelry. The Mexican artist has made from a goldsmith in her country real gold jewelry, which resemble the classic tinsel used by drug traffickers: vulgar objects, which the bigger they are and the more power they have. In fact, they are a title, a status. But instead of precious stones, there are inserted pieces of glass or bullets extracted from corpses. Each piece tells a story of victims and perpetrators.

The journey, lived as if in the background there was a perpetual echo of the word violence, finds its ultimate meaning in the latest works: 57 cuerpos (2010) and Vaporizacion (2002-2018). The first, aesthetically perfect, has inherent human shortage, which drags with it a strong movement of sadness and loss: it binds on a rope more than two meters long fifty-seven strands, residues of those used in autopsies to mend victims' bodies unidentified, in Guadalajara. The second deserves a paragraph.

We have to climb a few stairs to reach what is defined as the most intense work-installation of the whole representation. Finally we arrive in front of a corridor in dim light and already you can breathe a different air than normal: it is steam, the one that comes out slightly from the actual room, away a thin plastic tent. To give an idea, it seemed to breathe and see that mist emanated in night clubs to create a certain atmosphere. But here, the fun is light years away from being thought of and much less desired. Inside that space, in fact, vaporized water is released, in which the artist has inserted fragments of sheets with which they were covered by victims of violent death taken in a morgue in Milan. When we read this description on the caption, we notice a sign posted in the vicinity, which warns that inhalation does not cause any harm to health, however it is advisable to stop only for a short time. It is enough. I see Ghiani enter.

 

 

 

Teresa Margolles, Papeles, 2003. Courtesy dell’artista e della Galleria Peter Kilchmann, Zurigo. Photo Kalle Sanner

 

 

 

Usciamo dal PAC con tante domande, troppe per dare loro delle risposte immediate. L’unica certezza che abbiamo entrambe è che Teresa Margolles ha svolto un lavoro durato anni, e in continuo divenire, definibile con un unica parola: necessario. È dei morti senza un nome o sepoltura che bisogna parlare, della violenza sulle donne (spesso minorenni), sui transessuali - come fa l’artista nella prima opera fotografica in mostra, ovvero Pistas de baile (2016) - del narcotraffico e delle barriere socio-politiche che ancora esistono, alla faccia della globalizzazione, del libero mercato. 

 

We leave the PAC with many questions, too many to give them immediate answers. The only certainty that we both have is that Teresa Margolles has done a job that lasted years, and in continuous development, definable with a single word: necessary. It is of the dead without a name or burial to talk about, violence against women (often minors), transsexuals - as the artist does in the first photographic work on display, or Pistas de baile (2016) - drug trafficking and social barriers - policies that still exist, in the face of globalization, of the free market.

 

 

Teresa Margolles installation viewa at PAC Milano 2018 photo Nico Covre, Vulcano

 

 

 

Risento Gloria Ghiani una settimana dopo e ci confrontiamo, parliamo di una delle mostre più interessanti e profonde del 2018. Questo è ciò che mi ha detto: - Ieri sono stata al cinema a vedere il film di Kim Ki-duk Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera, ed è stato in quel momento che ho capito cosa siamo andate a vedere insieme. Nel senso che ho compreso il vero significato della mostra: avevi ragione a porti quella domanda: “Fin dove l’arte può spingersi, o meglio, fin dove è giusto che si spinga?”. Beh, ho cambiato la mia idea in merito alla mia considerazione sul è troppo: Teresa Margolles ha messo in atto la violenza, perché il tema era la violenza. Una violenza ripetuta, e ripetuta ancora. E tu (qui intende lo spettatore, ndr) quella violenza la devi sentire fin dentro le ossa. Altro punto importante è che lei si è laureata in medicina legale (pensa all’installazione con il vapore, al filo): lei raccoglie tutti gli ultimi elementi di vita delle vittime e li espone come dei trofei, in bella vista, te li sbatte in faccia, è sfacciata, ma lo fa per esorcizzare la paura che si vive in Messico. Lei risponde agli atti di violenza con altra violenza, forse perché in questi casi, non si potrebbe rispondere in altro modo, se non con un “occhio per occhio…”, parliamo sempre di un paese ancora molto arretrato in alcune zone: in che altra lingua si dovrebbe parlare?

P.S. La connessione con il film è perché il regista racconta del ciclo della vita tramite le stagioni, evidenziando come ci sia sempre un filo conduttore che porta dal gesto più semplice alla conseguenza che ne causa. Però (come Margolles, ndr) non lo racconta mai in maniera esplicita: è tutto basato su delle simbologie. E la parte più bella è all’inizio: c’è un bambino che gioca con tre animali e lega al corpo di ognuno uno spago con una pietra, in maniera tale che se la debbano trascinare dietro; e lo fa ridendo. Un monaco lo vede e la notte fa la stessa cosa con lui. La mattina il bambino si sveglia e gli chiede di togliere il sasso dal suo corpo. E il Monaco gli dice: “Se hai sbagliato devi porvi rimedio. Vai a liberarli. E se anche uno solo tra il pesce, la rana e il serpente fosse morto, porterai questa pietra sul cuore per tutta la vita”. -

 

I call Gloria Ghiani a week later and we confront, we talk about one of the most interesting and deep exhibitions of 2018. This is what she told me: - Yesterday I went to the cinema to watch Kim Ki-duk's film Spring, summer, autumn, winter and spring again, and it was at that moment that I understood what we went to see together. In the sense that I understood the true meaning of the exhibition: you were right to bring that question: "How far can art go, or better, to where it is right to push?". Well, I changed my mind about my consideration about it too much: Teresa Margolles has implemented violence because the theme was violence. A repeated violence, and repeated again. And you (here means the viewer, ed) that violence you have to feel it inside the bones. Another important point is that she graduated in forensic medicine (think of the installation with the steam, to the wire): she collects all the last elements of life of the victims and exposes them as trophies, in plain sight, you slam them in face, it is blatant, but it does so to exorcise the fear that one lives in Mexico. You respond to acts of violence with other violence, perhaps because in these cases, you could not answer otherwise, if not with an "eye for an eye ...", we always talk about a country still very backward in some areas: in what other language should you talk?

P.S. The connection with the film is because the director tells about the cycle of life through the seasons, highlighting how there is always a common thread that leads from the simplest gesture to the consequence that causes it. But (as Margolles, ed) he never explicitly tells it: it's all based on symbologies. And the most beautiful part is at the beginning: there is a child who plays with three animals and binds to the body of each a string with a stone, so that if they have to drag it behind; and he does it laughing. A monk sees him and at night he does the same thing with him. In the morning the child wakes up and asks him to remove the stone from his body. And the Monk tells him: "If you did wrong, you must remedy it. Go and free them. And if even one of the fish, the frog and the snake were dead, you will carry this stone to your heart for a lifetime.” -

 

 

Teresa Margolles installation view at PAC Milano 2018 photo Nico Covre, Vulcano

 

 

 

Ya Basta Hijos De Puta incarna quella frase che vuole l’arte come una professione esprimente la società in cui si vive. Il vero significato dell’arte contemporanea non è estetico ma allegorico: non riguarda solo l’apparire dell’opera, ma anche quello che sta sotto di essa, tra le sue trame. Come sui giornali viene descritto lo zeitgeist, anche l’ars ha oggi più di prima il compito, se non il dovere di farsi cronista di coloro che non hanno voce, volto, e possibilità di riscatto. Se quindi si dovesse dare un commento rispetto al quesito: l’arte oggi per farsi capire deve scandalizzare? Il pensiero sarebbe: no, non deve fare clamore, non deve essere violenta, incalzante, cinica, almeno che tutti questi elementi non siano dati e ottenuti dalla semplice messa in posa della realtà, del quotidiano, anche se brutalmente tragico.

 

Ya Basta Hijos De Puta embodies that phrase that wants art as a profession expressing the society in which we live. The true meaning of contemporary art is not aesthetic but allegorical: it does not only concern the appearance of the work, but also that which lies beneath it, among its plots. As in the newspapers the zeitgeist is described, even the ars today has more than before the task, if not the duty to become a reporter of those who have no voice, face, and possibility of redemption. So if you had to comment on the question: art today to be understood must scandalize? The thought would be: no, it should not make noise, it must not be violent, pressing, cynical, at least that all these elements are not given and obtained by the simple posing of reality, of everyday life, even if brutally tragic. 

 

 

 

Teresa Margolles, foto Othmar Seehauser, Courtesy of PAC - Padiglione d'Arte Contemporanea, Milano

 

pacmilano.it

 

 

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