Swennen e Ackermann: un weekend presso La Triennale, a Milano / Swennen and Ackermann: a weekend at La Triennale, in Milan

27 Jun 2018

Installation  view, Rita  Ackermann, Movements  as  Monuments, June 22 to September 9, 2018. Photo by Lorenzo Palmieri

 

 

 

 

Il giovedì è come un antipasto al ristorante, o il trailer di un film. È il giorno in cui si pregusta e organizza il fine settimana. C’è chi fugge dalla città piena di turisti nelle proprie dimore in campagna, al mare o in montagna, mentre altri rimangono nella propria metropoli, alcuni standosene a casa, altri uscendo a fare acquisti. Altri ancora nei musei. Ci sono poi gli indecisi, i quali non sanno bene cosa fare, come passare il tempo. Bene, si suggerisce, allora, di prendere in considerazione di andare a Milano presso La Triennale, dove è possibile trascorrere qualche ora immersi nell’arte contemporanea, protagonista in due mostre, inaugurate a distanza di un giorno l’una dall’altra, la settimana scorsa. Si tratta di quelle dedicate all’artista di Bruxelles Walter Swennen (1946) e alla pittrice Rita Ackermann (1968), originaria di Budapest ma residente a New York.

 

Thursday is like a starter at the restaurant, or a movie trailer. It is the day in which we pray and organize the weekend. Some flee from the city full of tourists in their homes in the countryside, the sea or in the mountains, while others remain in their metropolis, some staying at home, others to make purchases. Others still in museums. Then there are the undecided, who do not know what to do, how to spend time. Well, it is therefore suggested to consider going to Milan at La Triennale, where it is possible to spend a few hours immersed in contemporary art, protagonist in two exhibitions, inaugurated at a distance of one day from each other, the last week. These are the one dedicated to the Brussels artist Walter Swennen (1946) and to the painter Rita Ackermann (1968), originally from Budapest but residing in New York.

 

 

 

Walter Swennen installation view of La Pittura Farà Da Sé © La Triennale di Milano. Foto Gianluca Di Ioia

 

 

 

Edoardo Bonaspetti, curatore della retrospettiva dal titolo La pittura farà da sé, aperta fino al 26 agosto 2018, ha selezionato più di quaranta dipinti, e una scultura, imbastiti dall’artista belga sin dai primi anni Ottanta. Si tratta, inoltre (e incredibilmente) della prima mostra di Swennen in Italia. E Bonaspetti la spiega così: “Lettere, frasi e frammenti in inglese, fiammingo e francese iniziano a insinuarsi nelle tele, fornendo – o eliminando – tracce di narrazioni a favore dell’incoerente, del nonsenso e del mistero. La sua produzione segna un’insanabile frattura con la pittura intesa come linguaggio, mentre le immagini si liberano da ogni tentativo di rappresentazione del reale. La riconoscibilità di lettere, parole, figure è un’illusione, un inganno strumentale per spingere lo spettatore in una dimensione la cui ricchezza semantica non può essere chiarita né ridotta ai suoi minimi termini.”

Si può quindi definire Swennen come un semiologo in pittura. Attraverso le sue opere egli esprime i segni della sua storia, liberandoli al pubblico, il quale vi attribuisce anarchicamente i suoi significati. Ecco perché ogni sua creazione differisce dall’altra, e per la forma e per la sostanza. A enfatizzarlo è la frase, a opera dello stesso autore, scelta per inaugurare l’esposizione: “Quando lo spiego, ho l’impressione di mentire. Quando lo spiego, sento che le cose sono accadute in maniera diversa.”

 

Edoardo Bonaspetti, curator of the retrospective entitled La pittura farà da sé, open until August 26, 2018, has selected more than forty paintings, and a sculpture, basted by the Belgian artist since the early eighties. It is also (and incredibly) the first Swennen exhibition in Italy. And Bonaspetti explains it this way: “Letters, phrases and fragments in English, Flemish and French begin to creep into the canvases, providing - or eliminating - traces of narratives in favor of the inconsistent, the nonsense and the mystery. His production marks an incurable fracture with painting understood as language, while images are freed from any attempt to represent reality. The recognizability of letters, words, figures is an illusion, an instrumental deception to push the viewer into a dimension whose semantic richness can not be clarified nor reduced to its minimum terms.”

One can therefore define Swennen as a semiotic in painting. Through his works he expresses the signs of his history, freeing them to the public, who attributes anarchically his meanings. This is why each of his creations differs from the other, and for form and for substance. To emphasize it is the phrase, by the same author, chosen to inaugurate the exhibition: “When I explain it, I have the impression of lying. When I explain it, I feel that things have happened differently.”

 

 

 

Walter Swennen installation view of La Pittura Farà Da Sé © La Triennale di Milano. Foto Gianluca Di Ioia

 

 

 

 

Dopo l’ultima personale Turning Air Blue, presso la Hauser & Wirth, Somerset (Regno Unito) nel 2017, l’artista ungherese vede le sue opere nella mostra Rita Ackermann: Movimenti come Monumenti, visitabile fino al 9 settembre 2018 e curata da Gianni Jetzer, critico newyorkese e Curator-at-Large dell’Hirshhorn Museum di Washington, sotto la direzione artistica dello stesso Bonaspetti. 

Protagonisti degli spazi sono i chalk paintings, letteralmente dipinti di gesso, realizzati in questo caso come “tele dipinte ad acrilico con disegni a gessetto”, spiegano dal museo. Ackermann vi lavora dal 2013 segnando un “ulteriore sviluppo nella progressione di interventi radicali” che l’autrice “ha introdotto nelle sue opere nel corso degli anni. La figura dipinta, né presente né assente, appare in una condizione mutevole. Piuttosto che abbandonare la figurazione per l’astrazione, l’artista si muove in una zona interstiziale ambigua, sfocando letteralmente i contorni che dividono la figura dall’astratto.”

Osservando i dipinti pare che essi si espandano “oltre la cornice del quadro, sconfinando nelle altre opere della stessa serie.” Per tale motivo ne è scaturita la scelta di allestirli “a coppie, o l’uno di fronte all’altro”. L’obiettivo è quello di creare “un ambiente raccolto che richiama quello di una cappella e si trasformano in finestre su un mondo astratto, sottilmente popolato da figure umane.” Concludono. 

 

After the last solo exhibition Turning Air Blue, at the Hauser & Wirth, Somerset (United Kingdom) in 2017, the Hungarian artist sees her works in the exposition Rita Ackermann: Movements as Monuments, open until 9 September 2018 and curated by Gianni Jetzer, New York critic and Curator-at-Large of the Hirshhorn Museum in Washington, under the artistic direction of Bonaspetti himself.

The protagonists of the spaces are the chalk paintings, realized in this case as “acrylic painted canvases with chalk drawings”, they explain from the museum. Ackermann has been working on them since 2013, marking a “further development in the progression of radical interventions” that the author “has introduced in her works over the years. The painted figure, neither present nor absent, appears in a changing state. Rather than abandon the figuration for abstraction, the artist moves in an ambiguous interstitial area, literally blurring the outlines that divide the figure from the abstract.”

Looking at the art works it seems that they expand “beyond the frame of the painting, trespassing in the other works of the same series.” For this reason the choice arose to prepare them “in pairs, or one in front of the other.” The objective is to create “a gathered environment that recalls that of a chapel and turn into windows on an abstract world, subtly populated by human figures.” They conclude.

 

Rita Ackermann Chalkboard Painting II, 2013, Acrylic, spray, paint, chalk and pigment on canvas. Photo by Genevieve Hanson

 

 

Volendo trovare un legame tra le due mostre, pare che esse (in)seguano la ricerca di risposte, di significati. Sia a livello personale, degli artisti, sia su un piano spostato sulle questioni sociali, a testimonianza, ancora una volta, di come l’arte possa e debba essere uno strumento gettante le basi di una riflessione, non solo limitata all’opera in sé ma anche alle associazioni mentali o semiotiche rimandanti dalla stessa circa lo zeitgeist, il mondo in cui viviamo.

 

Wanting to find a link between the two exhibitions, it seems that they follow the search for answers, meaning. Both on a personal level, that of the artists, and on a level shifted to social issues, bearing witness, once again, of how art can and should be an instrument which is the basis for reflection, not only limited to the work itself but also to the mental or semiotic associations referring to it about the zeitgeist, the world in which we live.

 

 

Per ulteriori informazioni/For further information: triennale.org

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