E comunque il poliestere impera! / And anyway, polyester reigns!

23 Sep 2019

 

 

Il poliestere e i suoi derivati. Un incipit così ricorda quello dei trattati scientifici. Ma non si abbia paura, non è il caso. La fibra in questione è uno dei tanti materiali con cui ci vestiamo. Ma sappiamo esattamente di cosa si tratta? Da dove deriva? Quanto inquina? Innanzitutto, si tratta di un tessuto sintetico, «una classe di polimeri ottenuti per polimerizzazione a stadi via condensazione che contengono il gruppo funzionale degli esteri lungo la catena carbonio proncipale.» Termini assurdi, tratti da Wikipedia, ma che rendono bene l’idea di cosa sia questo materiale: un prodotto da laboratorio. Il sito prosegue dicendo che «Per quanto i poliesteri esistano in natura (ad esempio la cutina), più spesso rappresentano una famiglia di prodotti sintetici (la plastica), che include il policarbonato e, soprattutto, il polistirene tereftalato, più comunemente noto come PET.»  La risposta all’ultimo quesito viene da sé: il poliestere avvelena, e molto, l’ambiente.

 

Polyester and its derivatives. An incipit like this recalls that of scientific treatises. But do not be afraid, it is not the case. The fiber in question is one of the many materials with which we dress. But do we know exactly what it is? Where does it come from? How much does it pollute? First of all, it is a synthetic fabric, «a class of polymers obtained by stage-condensation polymerization that contain the functional group of esters along the carbon-proncipal chain.» Absurd terms, taken from Wikipedia, but which give a good idea of what this material is: a laboratory product. The website goes on to say that «As much as polyesters exist in nature (for example cutin), they more often represent a family of synthetic products (plastic), which includes polycarbonate and, above all, polystyrene terephthalate, more commonly known as PET.» The answer to the last question comes by itself: the polyester poisons the environment.

 

 

Greta Thunberg

 

 

Via le pellicce, via la lana, via la seta. Solo il cotone è ammesso tra i vegani e gli ambientalisti. Niente scarpe e borse in pelle; via libera al nylon e ai suoi omologhi. Ora, sulla questione fur free si può essere tutti d’accordo. Ma per il resto, non c’è forse un po’ di contraddizione, dovuta, probabilmente, a poca chiarezza? La plastica, e per proprietà transitiva il poliestere, deriva dal petrolio. E oltre a permetterci di spostarci, scaldarci e tutto il resto, che cosa fa questa miscela? Inquina. Ricordiamo tutti i disastri naturali di cui, assieme all’intervento della mano umana, si è resa colpevole: dalla Deepwater Horizon fino al quello della nave petroliera Exxon Valdez. 

 

Throw away furs, wool, silk. Only cotton is allowed between vegans and environmentalists. No leather shoes and bags; green light for nylon and its counterparts. Now, on the fur free issue we can all agree. But for the rest, isn't there a bit of a contradiction, probably due to little clarity? Plastic, and for transitive property the polyester, derives from petroleum. And besides allowing us to travel, warm up and all the rest, what does this mixture do? It pollutes. We all remember the natural disasters which, together with the intervention of the human hand, it was guilty: from the Deepwater Horizon to that of the oil tanker Exxon Valdez.

 

 

Un cormorano ricoperto da petrolio nel Goldo del Messico

 

 

La moda, la seconda industria più inquinante del mondo, conosce bene queste fibre. E, nonostante alcuni brand stiano sviluppando strategie di produzione e distribuzione verdi - che poi bisogna capire bene quanto lo siano effettivamente -, la medaglia d’argento pare tenersela ben stretta. 

Sia che si frequentino luxury store oppure negozi fast fashion, è proprio evidente, se si rivolta una camicia, un vestito o un maglione, che i materiali principali - se non gli unici - sono sintetici, appartenenti, quindi, alla famiglia del poliestere. Acrilico, econyl, elastan, neoprene, nylon spopolano, magari mischiati a lana, seta e cotone. 

 

Fashion, the second most polluting industry in the world, knows these fibers well. And, although some brands are developing green production and distribution strategies - which then need to understand how effective they actually are - the silver medal it seems to hold on tight.

Whether you go to a luxury or fast fashion stores, it is quite evident, if you are looking at a shirt, a dress or a sweater, that the main materials - if not the only ones - are synthetic, therefore belonging to the polyester family. Acrylic, econyl, elastane, neoprene, nylon are very popular, perhaps mixed with wool, silk and cotton.

 

Uno store di Zara

 

 

Come mai è così difficile concepire oggi un abbigliamento creato con prodotti naturali, poco inquinanti, magari made in Italy? Per due motivi: culturale e produttivo. Nonostante sembri il contrario, siamo sempre più poveri. Ma, nonostante questa condizione, dobbiamo pur vestirci. Ecco, questa frase scritta cento anni fa avrebbe avuto come seguito qualcosa del tipo: acquistiamo, allora, un solo cappotto di lana dalla sartina di fiducia e ce lo facciamo bastare. All’epoca, però, saremmo stati sicuri della sua resistenza negli anni. Oggi no. Infatti a impedire questo meccanismo c’è la necessita di apparire con gli abiti delle modelle in passerella o nelle campagne pubblicitarie. Ma, non abbiamo il becco di un quattrino, quindi frequentiamo postacci come Zara, i quali copiano in tutto e per tutto i dettagli il vestito dello stilista in voga, a prezzi decisamente bassi.

 

Why is it so difficult to conceive today a clothing created with natural products, little polluting, maybe made in Italy? For two reasons: cultural and productive. Although it seems the opposite, we are getting poorer. But, despite this condition, we have to get dressed. Here, this sentence written a hundred years ago would have had something like this as a follow-up: let's buy, then, a single wool coat from the trusted dressmaker and enough. At the time, however, we would have been sure of its resistance over the years. Not today. In fact, to prevent this mechanism there is the need to appear with the clothes of the models on the catwalk or in advertising campaigns. But, we don't have the beak of a penny, so we frequent ugly places like Zara, who copy in all and all the details the dress of the designer in vogue, at very low prices.

 

Il disastro del Rana Plaza del 2013

 

 

Chi se ne importa, allora, del capo-spalla col quale sopravvivere 10 anni. Cosa ce ne frega se poi il suddetto capo è stato realizzato (come, molto probabilmente quello visto in sfilata) da donne e bambini in condizioni disperate a migliaia di chilometri di distanza. Ricordiamo tutti la tragedia della fabbrica del Rana Plaza in Bangladesh del 2013 dove morirono 381 operai, o no? Nel 2019 è rilevante possedere, non cosa si possiede. Non si investe più nella qualità ma nella quantità. Ed è proprio qui che si spiega la questione legata alla produzione. I media, la società dello spettacolo, vive di pubblicità, di strategie di marketing, realizzate da geni in grado di rimbambire la maggior parte del pubblico. La massa. Tutti vogliono le stesse cose, il prodotto non è più scelto in modo consapevole. Anche solo, banalmente, in base al proprio fisico e gusto. No. Se va il pantalone a zampa e non sia ha il corpo per portarlo non importa. Bisogna avere quel prodotto. Dunque, se in tanti desiderano la stessa cosa, l’industria farà in modo che la produzione diventi veloce ed economica. Va da sé che l’utilizzo di materiali non inquinanti, tinti con colori naturali, viene sempre meno. Così, però, come il rispetto per noi stessi e il Pianeta che abitiamo. Siamo tutti affascinati da attiviste come Greta Thunberg, dal loro impegno e costanza. Dal fatto che attraversino su una barca da regata l’Atlantico anziché prendere l’aereo. Postiamo le sue foto sui social, facciamo like. Eppure non è (solo) così che si cambiano le cose. Soprattutto se si continuano a buttare via vestiti praticamente nuovi per acquistarne degli altri che si sfilacciano dopo un solo lavaggio. Con quale coraggio, allora, manifestiamo a destra e a manca nella speranza di un mondo migliore quando poi, nel nostro piccolo, continuiamo a contraddirci? 

 

Who cares, then, of the coat with which to survive 10 years. What we care if the aforementioned garment was made (as, most likely, the one seen in the show) by women and children in desperate conditions thousands of miles away. We all remember the tragedy of the Rana Plaza factory in Bangladesh in 2013 where 381 workers died, or not? In 2019 it is important to own, not what you own. We no longer invest in quality but in quantity. And it is precisely here that the question related to production is explained. The media, the entertainment society, thrives on advertising, on marketing strategies, created by geniuses able to fool most of the public. The mass. Everyone wants the same things, the product is no longer chosen consciously. Even just, trivially, based on your physical and taste. No. If the trend are flared trousers but you don't have the body to wear it, it doesn't matter. You need to have that product. So, if many people want the same thing, the industry will make sure that the production becomes fast and cheap. It goes without saying that the use of non-polluting materials, dyed with natural colors, is less and less. So, however, like respect for ourselves and the Planet we inhabit. We are all fascinated by activists like Greta Thunberg, by their commitment and perseverance. From the fact that they cross the Atlantic on a racing boat instead of taking the plane. We post her photos on social media, we like. Yet is not (just) so that things can be changed. Especially if we continue to throw away new clothes to buy others that are frayed after a single wash. With what courage, then, do we manifest in the hope of a better world when, in our own small way, we continue to contradict ourselves?

 

Scoprite qui e qui i brand contemporanei controcorrente.

 

Discover the counter-current contemporary brands here and here.

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