Apologia dell’occhiale da sole, tra esperienza e letteratura / Praises to sunglasses, between experience and literature

8 Jul 2018

 

 

 

Qualche giorno fa mi trovavo in aereo. Ero di ritorno da un fine settimana trascorso sulle Isole Eolie, in Sicilia. Tra i volti che avevo la possibilità di osservare, mi sono accorta di come fossi l’unica a indossare un paio di occhiali da sole, mentre gli altri o li portavano al collo della camicia o sulla testa. Oppure non li possedevano proprio. Indosso sempre gli stessi, dei vecchi Safilo appartenenti alla mia bisnonna. L’unico paio che penso mi stia bene e soprattutto il solo dall’ampiezza tale da coprire gli occhi segnati dai festeggiamenti dei giorni precedenti. Ma è un’altra storia. 

Stavo leggendo un articolo sul penultimo numero del settimanale Internazionale, per la precisione un reportage circa le strategie di Trump per fermare i migranti, del giornalista Gus Bova, scritto per il Texas Observer, testata statunitense. Arrivata al punto, alzo la testa e mi noto come il sedile grigio di fronte al mio, con addosso l’accessorio a lente, cambi tonalità, diventi in qualche modo filtrato, oserei dire editato. 

 

A few days ago I was on a plane. I was back from a weekend spent on the Aeolian Islands, in Sicily. Among the faces I had the opportunity to observe, I realized how I was the only one to wear a pair of sunglasses, while others or wore them around the shirt or on the head. Or they did not own them. I always wear the same ones, an old Safilo’s belonging to my great-grandmother. The only pair that I think is good and especially the only one that covers the width of the eyes marked by the celebrations of the previous days. But it's another story.

I was reading an article on the penultimate issue of the weekly magazine Internazionale, to be precise a reportage about Trump's strategies to stop the migrants, by the journalist Gus Bova, written for the Texas Observer, an American magazine. When I finished, I raise my head and I notice how the gray seat in front of mine, wearing the lens, change shades, become somehow filtered, I dare say edited.

 

 

In una contemporaneità in cui i filtri di Instagram e degli altri social network sono usati a cadenza regolare, quasi alla stessa stregua con cui si prende un caffè, è sorprendente come un occhiale da sole, sin dalla sua origine - datata, secondo il sito appassionatidiocchiali.com, all’epoca preistorica, quando “un eschimese, accecato dall’intenso bagliore del riflesso sulla neve, aprì una fessura su un pezzo di osso e se lo legò sugli occhi” - sia stato da tempi immemori il primo filtro attraverso il quale si vede il mondo. 

Certamente si decide di indossare le lenti scure per proteggersi dal sole, dal mostrare le proprie emozioni (o dagli sguardi indiscreti altrui), ma l’atto in sé di portarle addosso, è una decisione generatrice di un altro valore, ossia la necessità di vedere le cose, le persone, la natura, i movimenti del presente in maniera più sottile, con una luce più soffusa. Una camicia fucsia vista con suddetto filtro diventa rosa antico. Il mare si fa ancora più scuro, mentre il verde più intenso, quasi materico. La vita, in generale, diventa più tenue. 

Michele Colombo (1747-1838), letterato e bibliografo, nei Trattatelli a un certo punto dice: “Ciascuno vede gli oggetti del color degli occhiali che si mette sul naso.” A voler allargare l’asserzione si potrebbe darle un valore empatico, affermando che il notare una tinta diversa equivale a voler vedere l’esistenza in modo diverso da come la colgono gli altri. 

 

In a contemporaneity where Instagram and other social networks filters are used on a regular basis, almost the same as with which we take a coffee, it is surprising as a sunglass, since its origin - dated, according to the website appassionatidiocchiali.com, at the prehistoric age, when “an Eskimo, blinded by the intense glare of the reflection on the snow, opened a crack on a piece of bone and bound it on his eyes” - has been the first filter through which it has been seen, since immemorial time, the world.

Certainly you decide to wear dark lenses to protect yourself from the sun, to show your emotions (or the prying eyes of others), but the act itself to bring them on, is a decision generating another value, ie the necessity to see things, the people, the nature, the movements of the present in a more subtle way, with a softer light. A fuchsia shirt seen with the aforesaid filter becomes antique pink. The sea becomes even darker, while green more intense, almost materic. Life, in general, becomes more tenuous.

Michele Colombo (1747-1838), intellectual and bibliographer, in the Trattatelli at one point says: “Everyone sees the objects of the color of the glasses that you put on your nose.” To want to broaden the assertion you could give it an empathic value, stating that to notice a different color is equivalent to wanting to see existence differently from how others grasp it.

 

 

 

Eschimese con occhiali da sole. Courtesy appassionatidiocchiali.com

 

 

 

 

Gli occhiali (anche quelli da vista) come maschere, come porte chiuse su un mondo inavvicinabile, inesplorato. Fino a quando non si tolgono. Onestamente, al di là delle regole di cortesia, le quali vogliono la posa dell’oggetto in borsa o da altre parti - purché non in mano - quando si entra in un luogo chiuso o si parla con qualcuno, mi risulta difficile dimenticarmeli: sono la prima cosa a cui penso prima di uscire, anche durante l’inverno. Perché il sole c’è lo stesso con una temperatura di zero gradi. 

Lasciando però da parte i gusti personali, è interessante analizzare non tanto l’effetto tra il prima e il dopo la vestizione del mezzo, piuttosto il momento a metà tra i due, ossia quello in cui il vedente osserva, inizialmente l’istante che li si pone di fronte con la propria realtà, data dalla lente - marrone, verde o nera (almeno le più frequenti) - e, appena di seguito, quello che sta per porsi di fronte a lui, la realtà-reale. È quello il momento in cui il presente soggettivo cessa di essere tale e si trasforma in oggettivo. 

 

Glasses in general as masks, like doors closed on an unreachable, unexplored world. Until they are removed. Honestly, beyond the rules of courtesy, which want to put the object in the bag or other parts - as long as not in hand - when you enter a closed place or talk to someone, I find it difficult to forget them: they are the first thing I think about before going out, even during the winter. Because the sun is the same with a temperature of zero degrees.

Leaving aside personal tastes, it is interesting to analyze not so much the effect between the before and after the dressing of the medium, rather the moment halfway between the two, ie the one in which the sighted observes, initially the instant that he is confronted with his own reality, given by the lens - brown, green or black (at least the most frequent) - and, just below, what he is about to place in front of him, the reality-real. This is the moment in which the subjective present ceases to be such and turns into objective.

 

 

 

 

Vogue cover, July 1946 

 

 

 

Tornata a casa mi sono decisa a fare una ricerca, soprattutto dopo che avevo chiesto alla mia vicina di posto una penna per appuntarmi qualche idea. Non sono solo accessori moda, ma un artefatto ben più interessante. Perciò ho avviato un’esplorazione bibliografica, dato che è nei libri e nell’esperienza che si trovano le risposte. Sono molte le pubblicazioni circa gli occhiali da vista, quelli da sole, anche se come si è detto sono i primi a essere stati inventati dall’uomo, non vengono molto trattati e sono esigue le monografie dedicate. A pensarci bene, giocoforza l’esito del pensiero in questione, anche lo strumento il quale aiuta a vedere meglio - da lontano o da vicino che sia - filtra. Non a colori. Bensì circa la persona che lo utilizza: chi indossa gli occhialini (uso popolare del termine) ha sempre un qualcosa di particolare, le si presta molta più attenzione. Sono una calamita intellettuale. Ed è forse questo il motivo che ha indotto Alessandra Albarello e Francesca Joppolo a scrivere e curare a quattro mani il volume For your eyes, only? Storia degli occhiali dalla A alla Z (Logos). Per l’intellettuale parigino Gerorges Perec (1936-1982) autore di Considerazioni sugli occhiali (Edizioni Henry Beyle) chiunque dovrà una volta nella vita sottostare al potere regolatore di questo vetusto e allo stesso tempo tanto in voga strumento, arrivando a concludere, durante la stesura del saggio, che “mai andrà sulla luna o diverrà presidente della repubblica ma di certo a breve, avendo quarantaquattro anni e mezzo, non sarà in grado di avere una visione nitida degli oggetti vicini e dunque anche lui, come un terzo dei suoi connazionali, dovrà arrendersi a un paio di lenti”. Dalla quarta di copertina. 

 

Back home, I decided to do a search, especially after I asked my plane neighbor a pen to write down some ideas. They are not just fashion accessories, but a much more interesting artifact. So I started a bibliographic exploration, since it is in the books and experience that the answers are found. There are many publications about eyeglasses, those with dark lenses, although as we said they are the first to have been invented by man, are not much treated and the dedicated monographs are small. Come to think of it, penalty is to lack the result of the thought in question, the tool that helps us to see better - from afar or close as it is - filters. Not in color. But about the person who uses it: who wears goggles (popular use of the term) always has something special, it lends him or herself much more attention. Is an intellectual magnet. And this is perhaps the reason that led Alessandra Albarello and Francesca Joppolo to write and cure the book For your eyes, only? Storia degli occhiali dalla A alla Z (Logos). For the Parisian intellectual Gerorges Perec (1936-1982), author of Considerazioni sugli occhiali (Edizioni Henry Beyle), whoever will have to live under the regulative power of this ancient and at the same time so much in vogue instrument, coming to a conclusion, during the draft of the essay, that “he will never go on the moon or become president of the republic but certainly soon, having forty-four and a half years, will not be able to have a clear view of the nearby objects and therefore himself too, as a third of his countrymen , will have to surrender to a pair of lenses”. From the back cover.

 

 

 

Alessandra Albarello e Francesca Joppolo,

For your eyes, only? Storia degli occhiali dalla A alla Z (Logos)

 

 

 

 

Estetica, protezione e tecnica. Questi aggeggi non sono solo un bel oggetto da mostrare, ma anche soprattutto un vero e proprio congegno, concepito per essere comodo, funzionale, attraverso meccanismi complessi di equilibri e pesi. Oggi li si possono acquistare in titanio, il quale li rende stilosi e super leggeri, o iper-decorati, ma non è sempre stato così: l’evoluzione tecnologica ha permesso di inventare le stanghette, dapprima inesistenti, un vetro con i filtri uv, per appunto evitare il rischio di accecarci al sole, e molto altro. Il tutto in un’area così ristretta, di circa - ho misurato i miei - quattordici centimetri. Sono un’opera ingegneristica a tutti gli effetti. Ad analizzare l’excursus spazio-temporale è il volume redatto dallo storico dell’arte e della visione Arnaud Maillet, dal titolo Gli Occhiali, scienza, arte e illusioni (Raffaello Cortina Editore). Per appassionati. 

 

Aesthetics, protection and technique. These gadgets are not only a beautiful object to show, but also above all a real device, designed to be comfortable, functional, through complex mechanisms of balance and weight. Today you can buy them in titanium, which makes them stylish and super light, or hyper-decorated, but it has not always been this way: technological evolution has allowed to invent the bars, at first non-existent, a glass with UV filters, to avoid the risk of blinding ourselves to the sun, and much more. All in such a small area, about - I measured mine - fourteen centimeters. They are an engineering work in all respects. To analyze the space-time excursus is the volume written by the art and vision historian Arnaud Maillet, entitled Gli Occhiali, scienza, arte e illusioni (Raffaello Cortina Editore). For fans.

Gerorges Perec, Considerazioni sugli occhiali (Edizioni Henry Beyle)

 

 

 

Da quel giorno sull’aereo ho potuto vedere il mondo con e senza occhiali da sole. Se non fossi in un presente storico caratterizzato dalla società dell’immagine, dello spettacolo, dell’homo videns, ma anche videtur, forse me li toglierei più spesso. Eviterei di portarli in metropolitana, ad esempio. Ma con tutta onestà, essi non fanno altro che offrire un porto sicuro, una sospensione di giudizio su stessi, ma anche sugli altri. Qualche momento, forse, di verità. 

 

From that day on the plane I had several opportunity to see the world with and without sunglasses. If I were not in a historical present characterized by the society of the image, the spectacle, the homo videns, but also videtur, perhaps I would take them off more often. I would avoid taking them on the subway, for example. But with all honesty, they do nothing but offer a safe haven, a suspension of judgment on ourselves, but also on others. A few moments, perhaps, of truth.

 

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