Fatma Bucak alla Fondazione Merz  / Fatma Bucak at Fondazione Merz

5 Mar 2018

 

From the series Four ages of woman: Fall 2013, by Fatma Bucak

 

 

 

Preservare la memoria attraverso l’arte. Raccontare il momento con medium diversi, per i posteri. L’arte contemporanea di Fatma Bucak riprende questo proposito estetico-sociale in So as to find the strength to see, la sua prima personale in Italia alla Fondazione Merz di Torino, a partire da domani martedì 6 marzo, con il vernissage alle ore 19, fino al 20 maggio 2018.

 

Preserving memory through art. Telling the moment with different mediums, for posterity. The contemporary art of Fatma Bucak takes up this aesthetic-social purpose in  So as to find the strength to see, her first solo exhibition in Italy at the Fondazione Merz in Turin, starting tomorrow, Tuesday 6 March, with the vernissage at 7 pm, until 20 May 2018.

 

 

L’artista turca, nata a Iskenderun nel 1984, riflette su temi come l'identità politica e di genere, la violenza di Stato, la censura, la repressione, l’espropriazione, la migrazione e la mitologia religiosa, ma anche sulla propria storia e e l’appartenenza alla minoranza curda in Turchia. Questi topic sono degli strumenti per realizzare le proprie opere, ma anche l’espressione degli stessi artefatti, ognuno con il proprio significato. Attraverso un progetto espositivo inedito, costituito da lavori fotografici, sonori, video, performativi e scultorei, alcuni dei quali realizzati per l'occasione, Bucak si fa testimone del suo mondo e voce delle minoranze inascoltate, sottomesse loro malgrado al potere e alla propaganda. 

 

The Turkish artist, born in Iskenderun in 1984, reflects on issues such as political and gender identity, state violence, censorship, repression, expropriation, migration and religious mythology, but also on her own history and and the belonging to the Kurdish minority in Turkey. These topics are for her tools to realize her works, but also the expression of the artifacts themselves, each with its own meaning. Through an unpublished exhibition project, consisting of photographic, sound, video, performative and sculptural works, some of which were made for the occasion, Bucak witnesses her world and voice of unheard minorities, submitting to power and propaganda in spite of themselves.

 

 

An empire of the imagination, 2016, by Fatma Bucak

 

 

 

Il percorso si apre con un progetto site-specific Enduring nature of thoughts, il quale si fa materia stessa di emozioni quali il dolore, la perdita e l’emarginazione, sotto forma di decine di catini smaltati e il suono costante di gocce che cadono, alludendo a quella che viene definita una perdita invisibile. Tra gli altri, da segnalare in esposizione è 342 names, il quale rievoca i nomi - illeggibili - e le storie non raccontate delle vittime di sparizione forzata in Turchia dopo il Colpo di stato militare del 1980. L’impossibilità di leggere i nomi vuole essere un tributo da parte dell’artista a coloro che rimangono senza identità, evocando l’oblio della memoria politica e storica. 

Un’opera che non può passare sotto silenzio è, infine, il video Four ages of woman: Fall, ovvero la storia tradizionale della nascita del primo uomo è re-immaginata nella creazione della prima donna. Una figura femminile, in un paesaggio di terra rossa, si scaglia lanciando sassi contro un nemico invisibile, come se decidesse di riemergere in seguito a una battaglia, iniziando così a raccontare e scrivere la propria storia.

 

The path opens with a site-specific project Enduring nature of thoughts, which becomes matter itself of emotions such as pain, loss and marginalization, in the form of dozens of enamelled basins and the constant sound of falling drops, alluding to what is called an invisible loss. Among the others, 342 names is to be mentioned, which recalls the names - illegible - and the untold stories of the victims of forced disappearance in Turkey after the 1980 military coup. The impossibility of reading the names wants to be a tribute by the artist to those who remain without identity, evoking the oblivion of political and historical memory.

Finally, a work that can not pass in silence is the video Four ages of woman: Fall, or the traditional story of the birth of the first man is re-imagined in the creation of the first woman. A female figure, in a landscape of red earth, throws herself throwing stones at an invisible enemy, as if she decided to re-emerge following a battle, thus beginning to tell and write her own story.

 

Damscus rose, 2016 - on going, by Fatma Bucak | photo by Jesse Banks III

 

 

 

A cura di Lisa Parola e Maria Centonze, la mostra di Fatma Bucak è più che mai attuale sia per i temi di grande rilevanza politica, sia per quelli quotidiani, più circoscritti ma allo stesso modo importanti. Parte da un Paese come la Turchia, terra al confine con due mondi, quello occidentale e orientale, entrambi, a loro modo, pericolosi, ma riflette anche sulla condizione della donna, sullo stato della natura - nell’opera Damascus Rose - e su come essa modifichi il suo vivere non tanto per motivi legati alla relazione funesta inquinamento-ambiente, ma piuttosto per i danni provati dalle guerre. 

Un percorso artistico che marca uno dei tanti fini dell’arte: far riflettere sulle question del mondo, le nostre.

 

Curated by Lisa Parola and Maria Centonze, Fatma Bucak's exhibition is more relevant than ever today both for the themes of great political importance, and for the daily ones, more circumscribed but equally relevant. She starts from a country like Turkey, a land bordering two worlds, the western and eastern, both in their own way, dangerous, but also reflects on the condition of women, the state of nature - in the work Damascus Rose - and how it modifies its life not so much for reasons connected with the fatal pollution-environment relationship, but rather for the damages provoked by wars.

An artistic journey that marks one of the many purposes of art: to reflect, on world’s issues, ours.

 

fondazionemerz.org/mostre-esposizioni/fatma-bucak

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