Moda e critica, una questione di sensi / Fashion and criticism, a metter of senses

4 Mar 2018

 

 

 

Dalla recente Settimana della Moda di Milano è possibile trarre due conclusioni: vi è difficoltà nel trovare nuove idee e continua a imporsi l’eterno dilemma tra apparenza e forma. E anche se la prima considerazione può sembrare la più importante, o stuzzicante, dal punto di vista editoriale, poiché potenziale innesco di (facili) polemiche, si è scelto in questo caso di riflettere sulla seconda, ritenuta mai come oggi fondamentale per distinguere un brand da un altro, soprattutto per quanto riguarda i contemporanei. Il motivo è semplice e verrà ribadito finché ci saranno ancora coloro i quali credono ciecamente che si possa ancora inventare qualcosa: è impossibile. Più che creare da zero, si dovrebbe pensare a sperimentare. Su cosa? Esistono un’infinità di strumenti a disposizione: materiali, colori, cuciture, tecnologie, e via discorrendo. Lo dimostrano stilisti come Tiziano Guardini, con la sua moda eco-sostenibile, Asciari Milano con la sua costante ricerca su tessuti di altissima qualità, Flapper di Genevieve Xhaet e Montegallo, due modi diversi di interpretare il copri-capo, uno realizzando principalmente turbanti, l’altro sofisticati cappelli in paglia, ma producendo entrambi a mano, in Italia. 

 

Two conclusions can be drawn from the recent Milan Fashion Week: there is difficulty in finding new ideas and the eternal dilemma between appearance and form continues to prevail. And even if the first consideration may seem the most important, or tantalizing, from the editorial point of view, since potential trigger of (easy) controversy, in this case we chose to reflect on the second, considered never as fundamental today to distinguish a brand from another, especially with regard to contemporaries. The reason is simple and will be repeated until there are still those who blindly believe that something can still be invented: it is impossible. More than creating from scratch, one should think about experimenting. On what? There are an infinite number of tools available: materials, colors, stitching, technologies, and so on. This is demonstrated by fashion designers such as Tiziano Guardini, with his eco-sustainable fashion, Asciari Milano with its constant research on the highest quality fabrics, Flapper by Genevieve Xhaet and Montegallo, two different ways of interpreting the hats, one mainly creating turbans, the other sophisticated straw hats, but producing both by hand, in Italy.

 

 

Tiziano Guardini with his models after the f-w 2018 fashion show

 

 

 

La riflessione che segue deriva da due esperienza personali. A gennaio ho potuto vedere online la sfilata che Marianna Cimini ha presentato a Roma, durante AltaRoma. Ho sempre apprezzato le sue collezioni, lo studio e le idee retrostanti, il modo in cui venivano costruiti i look sulle modelle; l’approccio fresco, nuovo. Questa volta, invece, ho avuto delle difficoltà a trovare una certa armonia, a capire. Pochi giorni fa ho incontrato la stilista, originaria della Costiera Amalfitana, nello show room di Milano durante la campagna vendita, ancora in corso. Marianna mi ha raccontato la collezione per il prossimo inverno, mi ha permesso di toccare e di provare gli abiti; mi ha spiegato i materiali utilizzati e perché ha scelto proprio quelli. 

Dialogando in quel modo, il mio punto di vista sulle sue proposte è cambiato: era tutto più chiaro, comprensibile.

Lo stesso esempio vale per Lucio Vanotti: qualche giorno dopo la sua passerella, ho avuto modo di vedere i capi uno a uno e ho scoperto che è ancora possibile creare dei concetti in questo settore. Nel suo caso, creando alcuni capi dall’aspetto denim ma utilizzando la lana, procurando così un effetto tattile interessante, non notato durante il défilé. Tra i marchi storici della moda, gli ultimi a venire in mente sono Missoni e il suo iconico zig zag, insieme, benché più vicina a noi a livello temporale, Miuccia Prada, quando ha introdotto il nylon negli anni Novanta.

Per continuare a fare il mestiere di critico, di racconta-storie di moda, sono necessarie, ai fini di offrire al lettore un resoconto il più possibile verosimile, l’esperienza tattile e visiva, quest’ultima da vicino. 

 

The following reflection derives from two personal experiences. In January I was able to see online the fashion show that Marianna Cimini presented in Rome during AltaRoma. I have always appreciated her collections, the study and the ideas behind it, the way in which the looks were made on the models; the fresh and new approach. This time, however, I had difficulty finding a certain harmony, to understand it. A few days ago I met the designer, originally from the Amalfi Coast, in the Milan show room during the sales campaign, still in progress. Marianna told me about the collection for next winter, she allowed me to touch and try on clothes; she explained to me the materials used and why she chose those ones. 

Dialoguing in that way, my point of view on her proposals has changed: it was all clearer, understandable.

The same applies to Lucio Vanotti: a few days after his runway, I got to see the items one by one and I discovered that it is still possible to create concepts in this sector. In his case, creating some garments with a denim look but using wool, thus providing an interesting tactile effect, not noticed during the défilé. Among the historical fashion brands, the last to come to mind are Missoni and its iconic zig zag, together, although closer to us in time, Miuccia Prada, when she introduced nylon in the nineties.

To continue to do the job of critic, tell-stories of fashion, are necessary, in order to offer the reader a report as likely as possible, the tactile and visual experience, the latter closely.

 

 

 

A look from Marianna Cimini f-w 2018 fashion show during AltaRoma

 

 

 

Con lo streaming è possibile partecipare virtualmente a quello che è lo show, ma in quale misura? Come si fa a comprendere la costruzione di un abito, com’è stato imbastito o, più semplicemente, come veste il corpo che lo accompagna? È un duro lavoro, soprattutto per coloro che non si limitano a essere clienti, fashion blogger o affezionati del brand, ovvero coloro che riportano in seguito, nero su bianco, il loro commento, la storia della sfilata, la loro opinione. 

Assistere di persona non muta più di tanto la condizione. Con il caos che regna, nel prima e dopo spettacolo, è complicato ottenere il tempo utile per parlare in modo approfondito con il designer, il quale, spesso, è emozionato, teso, e non ha alcuna voglia di parlare. Anche i comunicati stampa informano in modo limitato; fungono da traccia, ma non sono esaustivi, e neanche dovrebbero esserlo, altrimenti il nostro mestiere andrebbe a esaurirsi definitivamente. Dunque, cosa fare? In un mondo parallelo, in cui le dead line non sono un problema, l’ideale sarebbe prendersi un momento per riflettere, per rivedere la propria opinione, quindi gli abiti. Ma nella realtà attuale, in cui la concorrenza editoriale si basa sulla velocità anziché la qualità, è un discorso impossibile da applicare, almeno per coloro che dipendono dalle gerarchie redazionali. Gli indipendenti, i quali non devono sottostare a nessuno, o meglio solo ai social media e allo snobismo dei grandi - poco importa, in ogni caso - potrebbero fare leva sul valore intrinseco delle collezioni, sul lavoro portato avanti dal designer e dal suo team. 

 

With streaming you can virtually participate in what the show is, but to what extent? How do you understand the construction of a garment, how was it basted or, more simply, how does the body accompany it? It is hard work, especially for those who are not limited to being customers, fashion bloggers or loyal to the brand, that is those who then report, black on white, their commentary, the story of the fashion show, their opinion.

Attending in person does not change the condition too much. With the chaos that reigns, before and after the show, it is difficult to get the time to talk in depth with the designer, who is often excited, tense, and has no desire to speak. Press releases also provide limited information; they act as a trace, but they are not exhaustive, nor should they be, otherwise our job would be permanently done. So what to do? In a parallel world, where deadlines are not a problem, the ideal would be to take a moment to reflect, to review one's opinion, then clothes. But in today's reality, where editorial competition is based on speed rather than quality, it is an impossible to apply speech, at least for those who depend on editorial hierarchies. The independents, who do not have to submit to anyone, or better only to social media and the snobbism of the bigger - it does not matter, in any case - could leverage on the intrinsic value of the collections, on the work carried out by the designer and his team.

 

 

Models wearing two iconic zig zag dresses by Missoni in an editorial on the magazine Annabella, called Moda e Arte a Venezia, 1968

 

 

 

 

Vedere dal front row una presentazione esteticamente gradevole è una gioia per gli occhi, un sollievo. Ma sapere in seguito che il prodotto mostrato è prodotto in paesi del terzo mondo, o in Cina. sfruttando così le regole delle economie di scala nonché, soprattutto, le persone che lavorano in quei laboratori (sì, è un approccio usato non solo dai brand di fast fashion) o, ancora peggio, che i capi sono realizzati in Italia ma non sono fatti da coloro che conoscono il nostro valore manifatturiero, e sono utilizzati solo perché in grado di lavorare velocemente, dovrebbe invocare una critica, un punto di vista differente. Purtroppo, mai come in questo caso, il condizionale è d’obbligo. La superficialità di giudizio è un sintomo avvertito da pochi, subito dai più. A provocarlo sono i meccanismi di comunicazione attuali, non c’è bisogno di fare nomi, i quali hanno ridotto la magia del giornalismo e della critica, facendo emergere figure fatte solo di apparenza, e neanche poi così bella esteticamente. Coloro che scrivono, ovviamente non tutti, sono costretti a sottostare alle regole dell’immagine, anziché individuarne loro, indirizzando chi li legge alle nuove tendenze dettate dai fatti e non dal mercato. Proprio come si faceva una volta, ma non chiamiamola nostalgia. 

Il declino della moda come sistema-creativo vede tutti co-responsabili, chi più, chi meno. Anche i brand, molti dei quali, da coloro che sono già noti a quelli in via di affermazione, sfruttano abbondantemente questo sistema, per sopravvivere, senza rendersi conto che così ne va a perdere la loro reputazione di fautori di un sogno personale, ma potenzialmente condivisibile dai più, dal pubblico. Altrimenti non si tratterebbe di moda.

 

Seeing from the front row an aesthetically pleasing presentation is a joy for the eyes, a relief. But know later that the product shown is produced in third world countries, or in China. exploiting the rules of economies of scale and, above all, the people who work in those laboratories (yes, it is an approach used not only by fast fashion brands) or, even worse, that the garments are made in Italy but are not made from those who know our manufacturing value, and are used only because they can work quickly, should invoke a criticism, a different point of view. Unfortunately, never like in this case, the conditional verb is a must. The superficiality of judgment is a symptom felt by few, suffered by most. To provoke it are the current communication mechanisms, there is no need to name them, which have reduced the magic of journalism and criticism, bringing out figures made only of appearance, and not even so beautiful aesthetically. Those who write, obviously not all, are forced to submit to the rules of the image, rather than identifying them, directing those who read them to new trends dictated by the facts and not by the market. Just like it used to be, but let's not call it nostalgia.

The decline of fashion as a creative system sees everyone co-responsible, some more, some less. Even brands, many of which, by those who are already known to those in the process of affirmation, exploit this system abundantly, to survive, without realizing that this is how they lose their reputation as proponents of a personal dream, but potentially shared by most, by the public. Otherwise it would not be fashion.

A look from Flapper f-w 2018 collection

 

 

Un giorno non molto lontano, importerà poco con quale materiale è stato realizzato un abito, di chi sono le mani che lo hanno reso vivo, materico, tangibile, e non solo da parte di chi compra da Zara &co., ma anche dagli addetti ai lavori. Verrà meno anche l’acquisto stesso degli abiti disegnati dagli stilisti poiché copiabili facilmente - meccanismo quest’ultimo, a dire il vero, già in atto da tempo - i quali sarebbero invece complicati da emulare se si guardasse oltre una foto, oltre una sfilata di dieci minuti, oltre quale soubrette ha indossato quel dato vestito, se vi fosse una partecipazione attiva tra il soggetto-oggetto e la sua divulgazione, soprattutto nel paese del made in Italy, in cui tutto ciò dovrebbe ancora contare qualcosa. 

 

One day not so far, it will matter little with what material a garment was made of, who are the hands that made it alive and tangible, and not only by those who buy from Zara & co., But also by employees in this world. Even the purchase of the clothes designed by the stylists will be less, since they can be easily copied - a mechanism that has actually been running for a long time - which would be complicated to emulate if you looked over a photo, as well as a show of ten minutes, as well as which soubrette has worn that dress, if there was an active participation between the subject-object and its disclosure, especially in the country of made in Italy, in which all this should still count something.

 

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