Moda, non-moda: il punto sullo stile contemporaneo / Fashion, anti-fashion: the point on contemporary style

10 Dec 2018

 

 

Non si parli più di moda. Ma di concetto. Meglio ancora se al plurale. Tra i designer contemporanei appena affermati, pare non esserci più l’esigenza di creare delle collezioni con lo scopo di farne una tendenza. Un trend, come direbbero gli anglosassoni. La prospettiva da qualche anno sarebbe infatti quella di porsi trasversalmente a quello che un tempo veniva chiama il giuoco - per i meno chic, circo - della moda. Al posto di abiti pensati, prodotti e, poi, proposti sulle passerelle o alle presentazioni, ne nascono di diversi - talvolta dei veri e propri pezzi unici - da osservare e toccare con la meraviglia negli occhi e l’interesse di chi sa da dove provengono i tessuti e l’esperienza dell’imbastitura. I materiali, spesso naturali, talvolta eco-sostenibili, e tendenzialmente quasi mai sintetici, se non per scopi altri - come quello di creare un piccolo campionario dedicato alle giacche in nylon, ad esempio, dove qui funziona l’idea di usare una fibra diversa - sono la parte fondamentale del lavoro. Nasce così lo stile. 

 

Do not talk about fashion anymore. But of concept. Better still if in the plural. Among the newly established contemporary designers, there seems no longer the need to create collections with the aim of making a trend. The prospect since few years would be that of being transversely to what was once called the game - for the less chic, circus - of fashion. Instead of designed clothes, products and, then, proposed on the catwalks or presentations, they are born of different - sometimes real unique pieces - to be observed and touched with the wonder in the eye and the interest of those who know where they come from the fabrics and the experience of the basting. Materials, often natural, sometimes eco-sustainable, and almost never synthetic, if not for other purposes - such as creating a small sample dedicated to nylon jackets, for example, where the idea of ​​using a different fiber works here - they are the fundamental part of the work. Thus the style is born.

 

 

 

Arizona Muse for Blazé

 

 

 

Negli ultimi anni sono nati e morti molti nuovi marchi, quelli che vengono chiamati emergenti. Ma da dove? Dalle scuole di moda, dall’esperienze professionali precedenti. Altri sono lì perché ci devono stare, perché altro mestiere non potrebbero svolgere. L’ultima categoria vede spesso trionfare il suo operato sui giornali patinati, quelli in cui bisogna esserci perché anni addietro hanno lanciato Saint Laurent o Valentino. Però il successo, quello che ti fa volare sin da subito su aerei privati e vedere le star indossare le proprie creazioni, per loro dura assai poco. Una schioppettata. I motivi probabilmente sono due: il primo è di credere quello del fashion come un sistema di sole apparenze, mentre in realtà è un’industria strutta in modo complesso - nel bene e nel male -, nella quale a vincere, si spera, - nel lungo periodo - sono coloro i quali fanno prevalere l’intelletto, sotto forma di progetto: uno crea il suo brand perché ha in mente un’idea precisa di come vuole che le scarpe calzino ai piedi, le donne portino determinate giacche e gli uomini dei cappelli. All’epoca di Yves e di Garavani, inoltre, i couturier gli snobismi - forse per via del contesto storico in cui nascono quelle maison - erano spesso impensabili; si davano una mano tra di loro e ognuno ispirava l’altro. Con le dovute eccezioni, tra cui il confronto memorabile tra Jean Patou e Mademoiselle Chanel. 

 

In recent years many new brands have been born and died, those that are called emerging. But where? From fashion schools, from previous professional experiences. Others are there because they have to stay there, because other jobs could not take place. The last category often sees its work in the glossy newspapers triumph, those in which we must be there because years ago they launched Saint Laurent or Valentino. But success, the one that makes you fly immediately on private planes and see the stars wear their own creations, for them it lasts very little. A shotgun. There are probably two reasons: the first is to believe that of fashion as a system of appearances only, while in reality it is a complexly structured industry - for better or for worse - in which to win, we hope, - in the long run - are those who make the intellect prevail, in the form of a project: one creates his brand because he has in mind a precise idea of ​​how he wants shoes to be socked, women wear certain jackets and men their hats. At the time of Yves and Garavani, moreover, the couturier snobbism - perhaps because of the historical context in which those maisons are born - were often unthinkable; they gave each other a hand and each inspired the other. With the due exceptions, including the memorable comparison between Jean Patou and Mademoiselle Chanel.

 

 

Kimi coat by Caftanii Firenze

 

 

 

 

I nomi sono importanti, si devono saper rintracciare. Tuttavia farne un elenco sarebbe futile, e impossibile da scrivere per esteso. Bastano, si spera, alcuni esempi. Il settore dell’abbigliamento è il più complesso per via del fatto che sempre più spesso nascono degli stilisti pronti a scommettere sul loro futuro. E a vincere, oggi, sono: Comeforbreakfast, Marianna Cimini, Caftanii Firenze, Francesca Liberatore - che ha appena pubblicato un libro a lei intitolato ed edito da Silvana - Asciari Milano, Blazé, insieme agli altri loro colleghi che, nonostante le quanto mai chiare difficoltà, si stanno facendo strada nel settore grazie all’idea, al vivere la moda come disegno e non come cornice. Piuttosto tutto l’insieme. E se il duo composto da Antonio Romano e Francesco Alagna sceglie di concentrarsi su un progetto strettamente intellettuale, dettato da un gusto unico e personale, accogliendo anche qualche spunto dallo street style, Cimini punta alla sobrietà creativa, innata in lei e nelle sue collezioni. Le gemelle Fagioli intrattengono ormai da due anni uno stretto rapporto con le loro sarte e un vestiario determinato da un’unica costante: il caftano, che poi si evolve fino a essere interpretato in una camicia, o, perché no, in un pantalone. Per loro è una questione estetica, di dettaglio e di made in Italy. Lo sa bene Liberatore, così come i fratelli Mazzettini che insieme alla loro madre hanno creato un concetto di (non)moda in cui a essere protagonisti sono i materiali nostrani tra i più pregiati. I blazer di Corrada Rodriguez d’Acri, Delfina Pinardi e Sole Torlonia, vanno alle clienti attraverso un servizio su di misura e anche ready-to-wear tra i più interessanti degli ultimi anni. La testimonial dell’ultima campagna del brand è Arizona Muse. 

 

The names are important, they must be able to track down. However, making a list of it would be futile, and impossible to write in full. Hopefully, some examples are enough. The clothing sector is the most complex because of the fact that more and more designers are born, ready to bet on their future. And to win, today, are: Comeforbreakfast, Marianna Cimini, Caftanii Firenze, Francesca Liberatore - who has just published a book published by Silvana - Asciari Milano, Blazé, along with their other colleagues who, despite the clearest difficulties, they are making their way into the industry thanks to the idea, to live fashion as a design and not as a frame. Rather all the whole. And if the duo composed by Antonio Romano and Francesco Alagna chooses to focus on a strictly intellectual project, dictated by a unique and personal taste, also welcoming some inspiration from street style, Cimini focuses on creative sobriety, innate in her and her collections. The Fagioli twins have for the past two years been in close contact with their seamstresses and a clothing determined by a single constant: the caftan, which then evolves to be interpreted in a shirt, or, why not, in a pair of trousers. For them it is a question of aesthetics, detail and made in Italy. Liberatore knows this well, as well as the Mazzettini brothers who, together with their mother, have created a concept of (non) fashion in which the protagonists are the most prestigious local materials. The blazers of Corrada Rodriguez d'Acri, Delfina Pinardi and Sole Torlonia, go to the clients through a made to measure and also ready-to-wear service among the most interesting of recent years. The testimonial of the brand's latest campaign is Arizona Muse.

 

 

Flapper's Ada hat

 

 

 

Gli accessori mostrano tutto il saper fare del Bel Paese, dalle scarpe ai cappelli: le calzature artigianali di C.B. Made in Italy, i cappelli-avanguardia di Flapper - la cui designer Genevieve Xhaet svolge un’accurata ricerca per realizzarli, soprattutto nell’ambito dell’arte moderna e contemporanea che poi fa tradurre in copricapi dai suoi artigiani nel Piemonte - e, nella medesima specialità, le creazioni di Montegallo, la maggior parte in paglia intrecciata e fatte a mano da alcune signore marchigiane. E poi c’è Gaetano Pollice, la cui passione per il mestiere l’ha portato alla ri-scoperta del tombolo, strumento risalente al 1500 con il quale fa realizzare le sue borse, in Molise. 

 

The accessories show all the know-how of the Bel Paese, from shoes to hats: the handmade slippers and boots by C.B. Made in Italy, Flapper's avant-garde hats - whose designer Genevieve Xhaet carries out an accurate research to make them, especially in modern and contemporary art, which he then translates into hats from her artisans in Piedmont - and in the same specialties, the creations of Montegallo, the most part in woven straw and made by hand by some ladies from the Marche region. And then there is Gaetano Pollice, whose passion for the craft led him to re-discover the tombolo, an instrument dating back to 1500 with which he makes his bags, in Molise.

 

Gaetano Pollice's bag from the Tombolo collection

 

 

 

Il punto è questo: esistono due realtà, il passato e il presente. Una è la moda comunemente intesa, l’altra è quella che farà il futuro, magari senza ottenere profitti a dieci zeri, probabilmente aprendo appena un monomarca, che poi forse non sarebbe neanche la scelta più saggia. E questi creatori lo sanno: alcuni hanno intrapreso la strada della vendita online o in show-room, altri attraverso negozi che ospitano più aziende del settore. 

L’aspetto più interessante è il loro essere tutti diversi gli uni dagli altri, in un momento in cui le mode, appunto, sono in continua evoluzione, instancabili ma noiose. Inutili al processo creativo, alla vera esperienza del fatto in Italia. Una pratica di cui si aveva una grande dimestichezza nel passato e che oggi passa attraverso leggi poco chiare, storie e immagini illusorie. 

 

The point is this: there are two realities, the past and the present. One is fashion commonly understood, the other is the one that will make the future, perhaps without obtaining profits with ten zeros, probably opening just a single-brand store, which then perhaps would not even be the wisest choice. And these creators know it: some have taken the path of online sales or showrooms, others through stores that host more companies in the sector.

The most interesting aspect is their being all different from one another, in a moment in which fashions, in fact, are constantly evolving, tireless but boring. Useless to the creative process, to the true experience of the made in Italy. A practice of which there was a great familiarity in the past and that today passes through unclear laws, stories and illusory images.

 

 

 

 

The iconic Positano slipper by C.B. Made in Italy

 

 

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