Non dimenticare chi sei, l’opera prima della scrittrice Ghanese Yaa Gyasi / Homegoing, the first novel by Ghanaian Yaa Gyasi

14 Nov 2017

 

 

 

La vita è un cerchio che non si può interrompere. Questa forma geometrica si fa beffa delle nostre morbosità, del nostro voler controllare tutto, perché, che piaccia o meno, l’essere umano non ha il potere di dominare alcunché. Al massimo può indirizzare il corso degli eventi attraverso delle scelte, ma nulla può nei confronti del tempo. A ricordarlo, tra i tanti film, saggi e romanzi, c’è la storia raccontata nell’opera prima Non dimenticare chi sei (2017, Garzanti) di Yaa Gyasi, autrice nata in Ghana nel 1989 e cresciuta negli Stati Uniti, in Alabama, luogo noto per essere stato teatro della rivolta perpetrata da Martin Luther King, a seguito della decisione di boicottare gli autobus pubblici, il cui sistema discriminava notevolmente i neri, in favore dei bianchi. Questi tumulti sono terminati simbolicamente nel 1965 quando viene emanata la legge che pone fine a ogni differenza segregazionista. Ed è questo uno dei tanti temi affrontati nel libro in questione. 

 

Life is a circle that can not be interrupted. This geometric form mocks our morbidity, our want to control everything, because, whether it pleases or not, the human being has no power to dominate anything. At best, it can guide the course of events through choices, but nothing can do with time. To remember, among the many films, essays and novels, there is the story told in the first work Homegoing (2016, Knopf) by Yaa Gyasi, author born in Ghana in 1989 and raised in the United States, Alabama, a place known to be the scene of the revolt perpetrated by Martin Luther King, following the decision to boycott public buses, whose system discriminated blacks in favor of whites. These riots have been terminated symbolically in 1965 when passed the law that puts an end to any segregationist difference. And this is one of the many issues addressed in the book in question.

 

Siamo in Africa nel settecento, nello stato del Ghana, terra in cui nascono due sorelle, Effia ed Esi, che non sanno di essere congiunte da questo prezioso legame di sangue. In comune hanno ben più di una madre, Maame, infatti quello che le terrà inconsapevolmente insieme per tutta la loro vita e quella delle generazioni successive è l’ambiente stesso in cui hanno visto per la prima volta il mondo, Effia durante una notte di fuoco, mentre Esi, qualche anno più tardi, nel trascorrere di una giornata tranquilla e amata sin da subito dalla famiglia. A esplicitare questa unione entra simbolicamente in gioco una collana il cui ciondolo è una pietra nera, con delle striature particolari, che piace immaginarle come se fossero delle radici stilizzate, andando così a enfatizzare maggiormente la corda che le unisce e che terrà insieme - sempre senza saperlo - le famiglie che verranno dopo, i figli dei figli che erediteranno questo prezioso amuleto. Anche quando Esi è venduta come schiava negli USA, mentre la più grande è costretta a vivere l’invasione degli inglesi e a sposarsi con un bianco, tale James Collins, dopo aver trascorso molto tempo rinchiusa nel castello di Cape Coast, eretto nel seicento e utilizzato dai britannici per segregare i neri, che poi sarebbero diventati schiavi, utili per essere deportati oltreoceano per lavorare nei campi. 

Ma entrambe le donne reggono le umiliazioni che la loro condizione, purtroppo, impone, dando alla luce generazioni di uomini e donne viventi storie passionali, tragiche e mistiche, le quali, alla fine, vedono in Marjorie e Marcus i simboli di un ritorno a casa, ma ancora di più di una riconquista, per diritto, della propria storia. 

 

We are in Africa in the eighteenth century, in the state of Ghana, where two sisters, Effia and Esi are born, who do not know that they are united by this precious blood bond. In common, they have more than one mother, Maame, in fact what will unknowingly keep them together throughout their lives and that of subsequent generations is the same environment in which they have seen the world for the first time, Effia during a night of fire, while Esi, a few years later, spending a quiet day loved by her family. Explaining this union symbolically comes into play a necklace whose pendant is a black stone with special streaks that like to imagine it as if they were stylized roots, thus emphasizing the rope that unites and holds together - always without know - the families that will come after, the children of the children who will inherit this precious amulet. Even when Esi is sold as a slave in the US, while the first is forced to live the British invasion and marry a white man, such a James Collins, after spending much time locked up in the Cape Coast Castle, erected in the 17th century and used from the British to segregate the blacks, who would then become slaves, useful to be deported overseas to work in the fields.

But both women hold the humiliations that their condition, unfortunately, imposes on, generating generations of men and women living passionate, tragic and mystical stories, which, in the end, see in Marjorie and Marcus the symbols of a return home, but more than that, a reconquest, by the right, of their own history.

 

 

Cape Coast Castle, Ghana

 

 

Amore, tossicodipendenza, musica jazz, incubi premonitori, istruzione, politica e religione sono gli argomenti su cui Gyasi ambienta le vicende dei suoi protagonisti. Lo fa in modo apparentemente semplice, con naturalezza, come se lei stessa avesse vissuto quelle vicende. Ma in parte è così, dal momento che i genitori dell’autrice, Kwaku e Sophia Gyasi sono immigrati africani negli Stati Uniti. 

Solo chi ha vissuto davvero un’esperienza può raccontarla completamente e con chiarezza. Ecco, è questa lucidità che emerge come un flusso continuo nelle parole scritte dall’autrice, insignita per questo romanzo di ben due premi letterari: il prestigioso John Leonard Prize e il PEN American Literary Award. 

Convinta che il trauma possa essere ereditato, come ha dichiarato al The Guardian a inizio di quest’anno, Yaa Gyasi si pone a livello letterario sulla scia di altri importanti dattiloscritti ora in libreria, tra cui Negroland (66THAND2ND) di Margo Jefferson, una biografia della scrittrice nata a Chicago (Illinois, USA) sotto forma di saggio, in cui descrive la situazione degli afroamericani vissuta da una famiglia della media borghesia nera. Un punto di osservazione apparentemente opposto a quello di Gyasi, eppure anche in questo caso si legge con parole forti di come, a prescindere dal tempo e dal luogo in cui ci si (ri)trova, i neri, anche se abbienti, rimangono sempre una comunità di seconda categoria.

 

Love, drug addiction, jazz music, promiscuous nightmares, education, politics, and religion are the topics on which Gyasi focuses on the events of her protagonists. She does it in a seemingly simple way, naturally, as if she herself had experienced those vicissitudes. But partly so, since the parents of the author, Kwaku and Sophia Gyasi are African immigrants in the United States.

Only those who have really experienced something can tell it completely and clearly. Here is this lucidity that emerges as a continuous stream in the words written by the author, awarded for this novel by two literary awards: the prestigious John Leonard Prize and the PEN American Literary Award.

Convinced that trauma can be inherited, as stated at The Guardian earlier this year, Yaa Gyasi is literary in the wake of other important typographies now in the library, including Negroland (66THAND2ND) by Margo Jefferson, a biography by the writer born in Chicago (Illinois, USA) in the form of an essay, describing the situation of African Americans living as a family of the black bourgeoisie middle-class. An observation point apparently opposed to Gyasi's, and yet in this case it is read with strong words of how, regardless of the time and place where you are, the blacks, even if they are rich, always remain a second category communities.

 

 

Il New York Magazine l’ho ha definito un romanzo “epico”, mentre il The Washington Post ha scritto che si tratta di “una storia che strappa il cuore”. Non dimenticare chi sei è invero un’opera letteraria elaborata in uno stile di scrittura dal ritmo incalzante, fruibile per ogni lettore il quale si imbatte in una storia importante, non certamente unica, e di speranza, in cui alla fine a vincere è sempre la vita, più che l’amore. Non batte forte il cuore a scorrere con lo sguardo queste vicende, ma a essere sollecitata e nutrita è, piuttosto, la coscienza di chi le affronta, magari per la prima volta: come un monumento storico, infatti, tale romanzo manifesta un momento della nostra storia a volte troppo strumentalizzato e in altri casi taciuto, messo in un cassetto. Cancellato. Yaa Gyasi lo riporta a galla, per noi.

 

New York Magazine has described it as an "epic" novel, while The Washington Post has written that it is "a story that tears the heart”. Homegoing is actually a literary work conceived in a style of writing from the rhythm that is urgent, usable for every reader who deals with an important story, certainly not unique, where life is always to win, more than love. It does not force the heart to look at these events, but being stressed and nourished is, rather, the conscience of those who deal with them, perhaps for the first time: as a historical monument, in fact, this novel manifests a moment of our history sometimes too much exploited and in other cases silenced, put in a drawer. Deleted. Yaa Gyasi brings it back, for us.

 

 

Non dimenticare chi sei di Yaa Gyasi è edito da Garzanti, pp 380, 17,60€.

garzanti.it/autori/yaa-gyasi

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