Quinta fila: lo sguardo, a metà, del giornalismo di moda / Fifth row: the partial look of fashion journalism

30 Sep 2018

Front Row (getty images)

 

 

L’informazione di moda è morta. Mentre tutti sono impegnati a capire se Hedi Slimane sia adatto come direttore creativo di Celine o se invece abbia o meno copiato il Saint Laurent di Vaccarello, la notizia più importante è che non si fa giornalismo, non ci si pone più l’obiettivo di traghettare il lettore a una conoscenza più ampia delle cose, del vestire. In prima fila alle sfilate dei brand contemporanei vanno i calciatori, le fashion blogger e, se va bene, qualche rappresentante delle istituzioni, per supportarli. I giornalisti vengono fatti sedere in seconda, terza, quarta o quinta fila, se il designer può permettersela. Certo, non vale per le editor storiche, le quali vengono invitate con tutti gli onori (giustamente) ai défilé delle maison più importanti, snobbando spesso quelle emergenti, dove però, senza auto con autista e salta fila, si precipitano gli scrittori in erba, muniti di taccuino o comunque di iPhone per appuntarsi tutto quello che avviene di fronte ai loro occhi. Ma a metà. Sì perché ciò che possono vedere non sono le modelle dalla testa ai piedi, piuttosto il loro mezzo busto, poiché il resto del loro completo è coperto da glitter e quant’altro, indossati da ragazze di cui neanche sanno il nome. È successo anche all’ultima Settimana della Moda di Milano, e continuerà ad accadere. 

 

Fashion information is dead. While everyone is busy figuring out whether Hedi Slimane is suitable for Celine's creative direction or whether or not he has copied Vaccarello's Saint Laurent, the most important piece of news is that journalism is over, there is no longer the goal of ferrying the reader to a wider knowledge of things, of dressing. At the forefront of the fashion shows of the contemporary brands are the football players, the fashion bloggers and, if all goes well, some representatives of the institutions, to support them. Journalists are seated in the second, third, fourth or fifth row, if the designer can afford it. Of course, not for the historical editors, who are invited with all honors (rightly) to the défilé of the most important fashion houses, often snubbing emerging ones, where, however, without drivers and skip row, the budding writers rush, armed with notebook or iPhone to pin everything that happens in front of their eyes. But halfway. Yes, because what they can see is not the models from head to toe, rather their half-length, because the rest of their suit is covered with glitter and so on, worn by girls whose name they do not even know. It also happened at the last Milan Fashion Week, and it will continue to happen.

 

 

Se l’influencer ospite veste un abito del creativo e lo posta su Instagram, è probabile - ma non è così scontato - che quel look venga comprato da alcuni dei suoi follower. Ed è un vantaggio per la piccola casa di moda. Ma è anche un motivo per cui coloro i quali scrivono vengono piazzati nelle retrovie. 

Bisogna precisare che i redattori non sono tutti giornalisti professionisti (o pubblicisti); alcuni hanno il talento e l’ambizione: vogliono diventarlo. Allora iniziano creando spazi online dove, bene o male - ma intanto si informano, cercano e sono curiosi -, battono i tasti della loro tastiera, con la speranza di fare carriera nel settore. Ma è importante questa distinzione? Forse no. Perché talvolta sono proprio loro a raccontare le storie più interessanti; li si vede sgattaiolare nel backstage per essere i primi a strappare qualche dichiarazione allo stilista, ebbro di adrenalina. Inoltre sono i più amati dai giovani creatori di moda poiché al loro stesso entry level.

 

If the guest influencer wears a suit of the creative and posts it on Instagram, it is likely - but it is not so obvious - that the look is bought by some of her followers. And it's an advantage for the small fashion house. But it is also a reason why those who write are placed in the rear.

It should be noted that the editors are not all professional journalists; some have the talent and ambition: they want to become one. Then start creating online spaces where, good or bad - but in the meantime they inform, search and are curious - they beat the keys of their keyboard, hoping to make a career in the sector. But is this distinction important? Maybe not. Because sometimes they are the ones who tell the most interesting stories; you see them sneak backstage to be the first to snatch some statement from the designer, drunk with adrenaline. They are also the most loved by young fashion designers because they are at the same entry level.

 

 

 

Stanley Tucci and Meryl Streep in a scene from The Devil Wears Prada (2006)

 

 

 

Nessuno pretende che l’ex calciatore e relativa moglie vengano messi a vedere una sfilata in ultima fila. Ma non in prima. È inammissibile, soprattutto quando i posti a sedere sono pochi, perché non è la sfilata di Giorgio Armani, il quale può permettersi di ospitare tutti gli invitati nel suo teatro. Il motivo è semplice: andrà a scrivere una recensione sulla sfilata? No, ovviamente. Noterà se l’orlo di un abito è scucito o se l’estetica proposta è una copia delle collezioni precedenti o altrui? Negativo. È lì perché attira l’attenzione sull’evento. 

Ci è stata raccontata un’altra storia: che le sfilate hanno il potere di emozionare, di creare della magia. Sono organizzate non solo per mostrare i prodotti - di quello si tratta, alla fine - ma anche perché poi, una volta terminate, potessero venire descritte ai lettori, a coloro che non vi possono partecipare. La realtà è ben diversa e il lieto fine scarseggia. 

 

Nobody pretends that the former player and his wife are put to see a show in the last row. But not in the first. It is inadmissible, especially when the seats are few, because it is not the fashion show of Giorgio Armani, who can afford to host all the guests in his theater. The reason is simple: will he write a review on the show? No, of course. Will he notice if the hem of a dress is unstitched or if the proposed aesthetic is a copy of the previous or other collections? Negative. He’s there because it draws attention to the event.

We have been told another story: that this events have the power to excite, to create magic. They are organized not only to show the products - that’s it, at the end - but also because then, once finished, they could be described to the readers, to those who can not participate. The reality is very different and the happy ending is scarce.

 

 

Piacerebbe comprendere con quali criteri vengono selezionati questi ospiti: numero di seguaci (veri o presunti) sui social? Oppure? Non viene in mente altro. E la colpa non è di nessuno in particolare, a voler ben vedere. È  possibile, infatti, che nemmeno il designer sia a conoscenza delle persone che in sala attendono la presentazione della sua sfilata. Piuttosto, la causa risiede nel sistema che non sa più inventare nulla. Quindi tutti e nessuno. Si capisce allora la scelta di alcuni brand di non fare più delle collezioni e relative sfilate/presentazioni, ma di creare prodotti senza tempo, di alta qualità e made in Italy. Tra i tanti ci sono Caftanii Firenze, CB Made in Italy o Asciari Milano. Usano i social e un certo tipo di celebrities per farsi conoscere. Creano un lifestyle, con discrezione. E pare sia la ricetta vincente, anche per quanto riguarda la stampa, sia online che cartacea, di cui sono garbati primattori.

I press office fanno il loro lavoro, gli stilisti pure, i fotografi altrettanto. Gli unici che non riescono a mettere in pratica le loro velleità sono gli editor. E non è ironico che nello scorso decennio siano stati prodotti libri, film e riferite delle leggende su quanto fosse influente la stampa di moda, mentre ora vale poco? Sono una manciata i nomi davvero grandi rimasti in circolazione, e non è nemmeno necessario citarli. Loro, però, dovrebbero insegnare il mestiere a chi è alle prime armi, forgiare degli eredi capaci di essere incisivi quanto una che continua a postare i suoi outfit su Instagram. Allora ci sarebbe una piccola chance di occupare alcuni posti in front row. 

 

We would you like to understand the criteria with which are selected these guests: number of followers (true or presumed) on social networks? Or? Nothing else comes to mind. And the fault is not of anyone in particular, to want to see well. It is possible, in fact, that not even the designer is aware of the people in the hall waiting for the presentation of his show. Rather, the cause lies in the system that no longer knows how to invent something new. Everyone and nobody. So we understand the choice of some brands not to make more collections and related fashion shows/presentations, but to create timeless products, high quality and made in Italy. Among the many there are Caftanii Firenze, CB Made in Italy or Asciari Milano. They use social media and a certain type of celebrities to make themselves known. They create a lifestyle, discreetly. And it seems to be the winning recipe, also in terms of the press, both online and paper, of which there are fine primers.

The press offices do their job, the fashion designers as well, the photographers alike. The only ones who can not put their ambitions into practice are the editors. And is not it ironic that over the past decade have been produced books, movies and reported legends about how influential the fashion press was, while now it is worth little? There are a few really big names left in circulation, and it is not even necessary to mention them. They, however, should teach the profession to those who are beginners, forge the heirs capable of being incisive as one who continues to post her outfits on Instagram. Then there would be a small chance of occupying some front row seats.

 

 

Anna Piaggi by Jean-Luce Huré, 1979

 

 

 

Non è una questione di status. Sedersi lì dove per tanti anni si sono sedute Anna Piaggi, Pia Soli o Franca Sozzani rappresenta, piuttosto, una posizione professionale: nelle prime file siedono i giornalisti, al massimo i fotografi, la cui arte serve per scattare a tempo debito la campagna. Nessuno rifiuta i blogger, le soubrette, gli sportivi o quant’altro. Sono altri e nuovi personaggi del racconto, ma non i principali. Non sono loro a criticare una sfilata. Il duro lavoro dello stilista e del suo entourage. Si facciano accomodare dove oggi sono accompagnati i giornalisti e forse le cose cambieranno. 

Il rischio non è solo un’ulteriore crisi per il giornalismo, ma anche per i piccoli imprenditori, quali sono i creativi in questione. Come chi scrive, sognano: la passerella, vedere le modelle indossare i loro capi, il backstage fatto di flash fotografici e di dichiarazioni a caldo. Ma piano piano, complici le scelte dei buyer e di organizzazioni che li usano a proprio piacimento, stanno fallendo o comunque si accingono a ridimensionarsi. Quando li si incontra dicono: - Rischiamo di non fare la prossima collezione perché mettere in piedi una sfilata costa e non possiamo più permettercelo. - Ed è inammissibile, se esiste del vero talento. 

 

It is not a question of status. Sitting down there where Anna Piaggi, Pia Soli or Franca Sozzani have sat for many years is, rather, a professional position: in the first rows sit journalists, at most photographers, whose art serves to shoot the campaign in due course. Nobody refuses bloggers, soubrettes, sportsmen or whatever. They are other and new characters of the story, but not the protagonists. They are not the ones who criticize a show. The hard work of the designer and his entourage. Let them sit where journalists are today and maybe things will change.

The risk is not only a further crisis for journalism, but also for small entrepreneurs, what are the creative people in question. As the writer, they dream: the catwalk, see the models wearing their clothes, the backstage made of photographic flashes and hot declarations. But slowly, thanks to the choices of buyers and organizations that use them as they please, they are failing or in any case they are about to downsize. When you meet them they say: - We risk not doing the next collection because putting up a fashion show costs and we can not afford it anymore. - And it is inadmissible, if there is any real talent.

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