Uno spazio bianco / A white space

 

 

Il bianco come colore della nascita, il puro e degno rappresentante della nuda vita, senza orpelli né maschere, il colore che segna ogni inizio, a cui non serve altro se non esso stesso.  Secondo alcune tradizioni è il colore del lutto, associato al pallore della morte, anche se spesso il collegamento bianco-morte è legato all’idea che dopo la morte fisica c’è una nuova vita.

 

White as the color of birth, the pure and worthy representative of bare life, without frills or masks, the color that marks every beginning, to which it serves nothing but itself.

According to some traditions it is the color of mourning, associated with the pallor of death, although often the white-death connection is linked to the idea that after physical death there is a new life.

 

 

White on white, Kazimir Malevich, 1918

 

 

 

È il punto di partenza, il foglio e la tela bianca, il contenitore infinito di possibilità che ancora non hanno preso forma, il precursore di ciò che accadrà e poco importa se diverrà un vuoto in pienezza o un pieno senza contenuto, il bianco può essere tutto. Bianco è lo spazio in cui si ferma lo sguardo tra una riga e un’altra, anche se solo per una frazione di secondo durante la lettura,  è il tipico colore della stagione estiva ma anche di quella invernale,  è colore che più di tutti rappresenta il silenzio e il freddo.

It is the starting point, the sheet and the white canvas, the infinite container of possibilities that have not yet taken shape, the precursor of what will happen and it does not matter if it becomes a void in fullness or a full without content, white can be all. White is the space in which the gaze stops between one line and another, even if only for a fraction of a second during reading, is the typical color of the summer season but also that of winter, it is color that most of all represents silence and cold.

 

È stato sicuramente il colore preferito degli artisti appartenenti alla Minimal art, la tendenza che negli anni Sessanta fu protagonista del radicale cambiamento del clima artistico, caratterizzata da un processo di riduzione della realtà, dall'antiespressività, dall'impersonalità, dalla freddezza emozionale, dall'enfasi sull'oggettualità e fisicità dell'opera, dalla riduzione alle strutture elementari geometriche. I minimalisti erano convinti che l’autore dovesse scomparire e che l’arte non dovesse per forza indicare qualcos’altro: come spiegò il pittore Frank Stella «Quel che vedi è quel che vedi». Volevano che il loro lavoro fosse semplice, armonico, ordinato ed essenziale, come appunto una tela bianca.

It was certainly the favorite color of the artists belonging to Minimal art, the tendency that in the Sixties was the protagonist of the radical change of the artistic climate, characterized by a process of reduction of reality, dall'anvaspressività, impersonality, emotional coldness, emphasis on the objectivity and physicality of the work, from the reduction to the elementary geometric structures. The minimalists were convinced that the author should disappear and that art does not necessarily have to indicate something else: as explained by the painter Frank Stella "What you see is what you see". They wanted their work to be simple, harmonious, orderly and essential, just like a blank canvas.

 

 

 

White Stone, Agnes Martin, 1964

 

 

 

Il primo importante esempio di tela bianca però è ben antecedente al Minimalismo americano e risale al Suprematismo, un movimento delle avanguardie russe incentrato su linee e forme geometriche intese come l'essenza ‘suprema’ della visione, fondato nel 1915 da Kazimir Malevič. Con la sua opera “Quadrato nero su fondo bianco” afferma di essere riuscito a raggiungere il grado zero in pittura, ovvero di essersi allontanato dalla mimesi, propria della tradizionale tradizione del vedere, tendendo verso l’infinito positivo della pittura, creazione pura per eccellenza, non esprimendo altro che se stessa. Altrettanto rivoluzionari, tanto che il mondo dell’arte parlò di scandalo, furono i “White Paintings” di Robert Rauschenberg, del 1951. Le superfici completamente bianche non rifilate hanno eliminato il gesto e negato ogni possibilità di riferimento narrativo o esterno. Nella sua radicale riduzione del contenuto, Rauschenberg può essere visto come presagio del minimalismo di un decennio. L’influenza dei White Paintings non restò confinata nel mondo delle arti visive: il musicista John Cage spiegò che gli diede l’idea per 4’33”, un brano del 1952 in cui un musicista resta seduto al pianoforte senza toccarne i tasti per quattro minuti e 33 secondi, lasciando emergere e invitando l’ascoltatore a fare attenzione ai suoni dell’ambiente attorno.

 

The first important example of a white canvas, however, is well antecedent to American Minimalism and dates back to Suprematism, a movement of Russian avant-gardes focused on lines and geometric forms intended as the 'supreme' essence of vision, founded in 1915 by Kazimir Malevič. With his work "Black Square on a white background" he claims to have been able to reach the zero degree in painting, that is to say he has moved away from mimesis, typical of the traditional tradition of seeing, tending towards the infinite positive of painting, pure creation par excellence , expressing nothing but itself. Equally revolutionary, so much so that the art world spoke of scandal, were the "White Paintings" by Robert Rauschenberg, of 1951. The completely untrimmed white surfaces have eliminated the gesture and denied any possibility of narrative or external reference. In his radical reduction of content, Rauschenberg can be seen as an omen of a decade's minimalism. The influence of the White Paintings was not confined to the visual arts world: the musician John Cage explained that he gave him the idea for 4'33 ", a 1952 piece in which a musician is seated at the piano without touching the keys for four minutes and 33 seconds, letting emerge and inviting the listener to pay attention to the sounds of the surrounding environment.

 

 

Serie White Painting, Robert Rauschenberg, 1951

 

 

 

 

Altre tele bianche sono quelle di Agnes Martin, che ricercano la bellezza e la serenità, come l’opera ”White Stone”, dove il bianco è articolato in una leggera griglia di linee evanescenti e spostandoci in terra italiana non si può che citare gli “Achromes” di Piero Manzoni. Inizialmente l’Achrome è una superficie bianca di gesso o di caolino che non manifesta alcun significato, né esibisce una manipolazione della materia, ma dal 1958 l’Achrome è attraversato da righe orizzontali e verticali, segnato da grinze, rigonfiamenti, scanalature, che non significano altro se non se stesse, più tardi assume l’aspetto di una griglia, fino ad arrivare agli “Achromes artificiali“. L’intento è sempre il medesimo, sottolineare l'assenza di colori, sostenendo che "l'infinibilità è rigorosamente monocroma" e cercando di realizzare effetti particolari con le superfici. 

La regolarità diventa precisione millimetrica nei tagli che Lucio Fontana opera sulle sue tele. Molte sono bianche. Ma non è il bianco originale del supporto. Sono state comunque dipinte.

 

Other white canvases are those of Agnes Martin, who seek the beauty and serenity, like the work "White Stone", where the white is articulated in a light grid of evanescent lines and moving in Italian soil we can not mention the " Achromes "by Piero Manzoni. Initially the Achrome is a white surface of chalk or kaolin that does not show any meaning, nor exhibits a manipulation of matter, but since 1958 the Achrome is crossed by horizontal and vertical lines, marked by wrinkles, swellings, grooves, which do not they mean nothing but themselves, later they take on the appearance of a grid, up to the "artificial Achromes". The intent is always the same, underlining the absence of colors, claiming that "infinity is strictly monochromatic" and trying to achieve particular effects with surfaces.

The regularity becomes precision millimetric in the cuts that Lucio Fontana operates on his canvases. Many are white. But it is not the original white of the support. They were however painted.

 

 

 

Roland Barthes, Il grado zero della scrittura

 

 

 

 

 

Se ci spostiamo sul piano letterario è interessante citare il tema del grado zero nel lavoro di Roland Barthes, che già nel suo primo libro, Le degré zéro de l’écriture, edito nel 1953, propone un nuovo e originale concetto di scrittura. Nel volume, Barthes, distingue all’interno del linguaggio letterario, tre diversi piani: la lingua, lo stile e la scrittura e individua la crisi della letteratura divenuta codice e tradizione nel suo scontro con la realtà.

Vi sono anche scrittori, come Mallarmé, Rimbaud, e alcuni surrealisti, che cercano di distruggere, di far esplodere il linguaggio letterario convenzionale, anche se questa strategia, secondo Barthes, conduce inevitabilmente al silenzio.  Una soluzione alternativa consiste allora nella creazione di una «scrittura bianca», neutra, di «grado zero», quale si ritrova in autori come Camus, Blanchot o Cayrol. È vero che né questa scrittura bianca né quella, ricalcata sul parlato, di Queneau, per quanto nuove e interessanti, possono sperare di sottrarsi durevolmente ad un recupero da parte del linguaggio letterario, ma, a giudizio di Barthes, tali tentativi mantengono un valore utopico.

 

If we move on to the literary plane, it is interesting to mention the theme of zero degree in the work of Roland Barthes, who in his first book, Le degré zéro de l'écriture, published in 1953, proposes a new and original concept of writing. In the book, Barthes distinguishes three different levels within the literary language: language, style and writing and identifies the crisis of literature that has become a code and a tradition in its clash with reality.

There are also writers, such as Mallarmé, Rimbaud, and some surrealists, who try to destroy, to blow up conventional literary language, even if this strategy, according to Barthes, inevitably leads to silence. An alternative solution then consists in the creation of a neutral, 'zero degree' white writing, as found in authors such as Camus, Blanchot or Cayrol. It is true that neither this white writing nor the one written on Queneau's speech, however new and interesting, can hope to escape durably from a recovery from literary language, but, in Barthes's opinion, such attempts maintain a utopian value.

 

 

Bianco è il colore spirituale dei nostri tempi, la pulizia che dirige tutte le nostre azioni. Non è né bianco grigio né bianco avorio, ma puro bianco.
Bianco è il colore dei tempi moderni, il colore che dissipa tutta l'era; la nostra è un'era di perfezione purezza e certezza.
Bianco. Include tutto.
Noi abbiamo sostituito sia il marrone della decadenza e del classicismo sia l azzurro del divisionismo, il culto del cielo azzurro, gli dei con le barbe verdi e lo spettro dei colori.
Bianco puro bianco.                                                                                                       (Theo van Doesburg)

 

White is the spiritual color of our times, the cleanliness that directs all our actions. It is neither white gray nor ivory white, but pure white.

White is the color of modern times, the color that dissipates the whole era; ours is an era of perfection, purity and certainty.

White. Includes everything.

We have replaced both the brown of decadence and classicism and the blue of divisionism, the cult of the blue sky, the gods with green beards and the spectrum of colors.

White pure white. 

                                                                                                                                             (Theo van Doesburg)

 

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