• Ilaria Introzzi

Alla ricerca dei (veri) cannibali, l'artista Stefano Serretta racconta il suo processo creativo


Ergot, 2019, foto di Marco Fava



Stefano Serretta nasce a Genova, nel 1987. Dalla città ligure si trasferisce a Milano, dove vive e lavora come artista e professore presso la NABA. Il corso in Public Art (arte pubblica) rispecchia fedelmente il suo percorso, i suoi lavori. Dapprima come writer e oggi come interprete di un mondo, il nostro, sempre più complesso. L’arte diventa così un modo di decifrare la contemporaneità. Come lo è la scrittura di certi autori beat, di cui è un grande estimatore.


Stefano Serretta was born in Genova in 1987. From the ligurian city he moved to Milan, where he lives and works as an artist and professor at NABA. The class in Public Art faithfully reflects his path, his works. At first as a graffiti-writer and today as an interpreter of a world, ours, which is increasingly complex. Art thus becomes a way of deciphering contemporaneity. As is the writing of certain beat authors, of which he is a great admirer.


"Serretta è un artista atipico, unisce la potenza di un gesto ricco di cultura pop-olare alle riflessioni del docente d'accademia attraverso una visione da pugile, che viene nobilmente dalla strada e si evolve verso alte vetta di eleganza". Stefano, questo è quello che Marco Roberto Marelli scrive di te, recensendo la tua mostra "Naked Lunch Money", presso UNA. Ti rispecchi in questo ritratto?

- Marco è riuscito a restituire in una frase la sedimentazione su cui posa il mio presente, fatto di parti apparentemente diverse che stanno insieme tra loro con coerenza. Il mio percorso lo sento così: frutto di aggiustamenti e necessità, ma molto onesto. -


"Serretta is an atypical artist, he combines the power of a gesture rich in pop-ular culture with the reflections of the academy teacher through a boxer's vision, which comes nobly from the street and evolves towards high peaks of elegance". Stefano, this is what Marco Roberto Marelli writes about you, reviewing your "Naked Lunch Money" exhibition at UNA. Do you reflect yourself in this portrait?


- Marco has managed to convey in one sentence the sedimentation on which my present rests, made up of apparently different parts that are coherently together. I feel this is my path: the result of adjustments and necessities, but very honest. -



Shanti Town, 2019, foto di Cosimo Filippini



Se togliamo la parola "money" al titolo della mostra mi viene subito in mente "Naked Lunch", ovvero "Il pasto nudo", dell'autore beat William Borroughs. Lo conosci? Come dialoghi con gli altri media culturali e quanto sono fondamentali per realizzare i tuoi lavori? Te lo chiedo perché nasci come writer e spesso il mondo della cultura e quello della strada si pensa non possano mai comunicare fino in fondo.

- Gli scrittori beat (e dintorni) mi hanno influenzato fortemente quando andavo al liceo. Big Sur di Kerouac è tutt'oggi uno dei miei libri preferiti. Personalmente, mi considero abbastanza poliedrico, più che “artista del fare” mi definisco un artista del “fai-da-te”, do it yourself per me è una attitudine più che una filosofia, grazie alla quale ho imparato ad adoperare la maggior parte delle tecniche che utilizzo oggi. Non c'è mai stato un reale stacco tra la produzione in studio e quella in strada, anche se nel tempo ho ridefinito le traiettorie della mia ricerca porto dentro tutto e tendo a combinare in maniera organica scrittura, disegno e una forte fascinazione per l'estetica urban. Al giorno d'oggi mi sembra che sia più che altro un problema di etichette (urban art, street art, graffiti writing...) che di comunicazione tra le parti. Ci sono artisti che vengono dal panorama urban e “street artist” che non hanno un reale background nella scena dei graffiti. Le etichette spesso aiutano a semplificare l'incasellamento che il pubblico fa dell'artista, ma nello specifico sono anche causa di grandi fraintendimenti. -


If we remove the word "money" from the title of the exhibition, I immediately think of "Naked Lunch", by the beat author William Borroughs. Do you know him? How do you dialogue with other cultural media and how fundamental are they for realizing your works? I ask you because you are born as a graffiti-writer and often the world of culture and the street world are thought to never fully communicate.


- Beat writers (and around) influenced me strongly when I was in high school. Big Sur by Kerouac is still one of my favorite books today. Personally, I consider myself quite multifaceted, more than an "artist of doing" I define myself as a "do-it-yourself" artist, do it yourself for me is an attitude more than a philosophy, thanks to which I have learned to use most of the techniques I use today. There has never been a real gap between studio and street production, even if over time I have redefined the trajectories of my research I carry everything inside and I tend to combine writing, drawing and a strong fascination for art in an organic way. urban aesthetics. Nowadays it seems to me that it is more a problem of labels (urban art, street art, graffiti writing ...) and of communication between the parties. There are artists from the urban scene and street artists who have no real background in the graffiti scene. Labels often help to simplify the classification that the public makes of the artist, but specifically they are also the cause of great misunderstandings. -


Jossy, 2019, foto di Marco Schiavone



Storia, politica e (forse) ironia: sei d'accordo nel definirli i pilastri su cui ruota la tua opera?

- Sì. Nel mio lavoro investigo i sistemi di credenza della società contemporanea, le sue ansie e contraddizioni, che poi sono anche inevitabilmente tutte le mie tensioni e schizofrenie. Una discesa in profondità verso le fondamenta autocelebrative del neoliberismo e la sua macchina comunicativa, della quale siamo protagonisti e vittime allo stesso tempo. -


History, politics and (perhaps) irony: do you agree in defining them as the pillars on which your work revolves?


- Yes. In my work I investigate the belief systems of contemporary society, its anxieties and contradictions, which are also inevitably all my tensions and schizophrenias. A deep descent towards the self-celebrating foundations of neoliberalism and its communicative machine, of which we are both protagonists and victims at the same time. -


Vale lo stesso anche per PANDO, ora al PAV di Torino? Hai voglia di raccontare questa avventura espositiva, che parte da una fitness influencer fantomatica e riflette sulla raccolta (e l'uso) che le grandi corporation fanno dei dati personali che immettiamo sulle app che scarichiamo?


- Lo storico John Harley dice che sono le mappe a creare gli imperi. Oggi il cyberspazio è di fatto la più grande porzione di territorio deregolamentata al mondo, condizione di comodo per le corporate che guadagnano attraverso l'estrazione di surplus comportamentale. E nonostante l'influenza nella sfera pubblica di questo spazio virtuale sia ormai un'evidenza (dal telefono che ti ripropone tra gli adv la copertina del libro di cui hai parlato due ore prima all'elezione di Trump e alla Brexit), ancora si fatica a immaginare questo come uno “spazio” a tutti gli effetti. Crocevia di strade tra le quali viaggiano, più che i nostri dati personali, le nostre persone, i cui pezzi disossati e rialfabetizzati sono venduti tramite aste di qualche decimo di secondo al migliore offerente, che trasformerà l'informazione in un adv mirato, nella migliore delle ipotesi. Questa trasformazione del soggetto da utente a consumatore a “materia prima” mi ricorda molto un vecchio b-movie distopico, Soylent Green. Un altro classico, Cannibal Holocaust, terminava con una riflessione del professore Harold Monroe tra i grattacieli di New York: “mi domando chi siano i veri cannibali”. -

Does the same apply to PANDO, now at the PAV in Turin? Do you want to tell us about this exhibition adventure, which starts with a phantom fitness influencer and reflects on the collection (and use) that large corporations make of the personal data that we enter on the apps we download?


- Historian John Harley says maps make empires. Today cyberspace is in fact the largest portion of deregulated territory in the world, a convenient condition for corporations that earn through the extraction of behavioral surplus. And although the influence in the public sphere of this virtual space is now evident (from the phone that offers you the cover of the book you spoke about two hours before the election of Trump and Brexit), it is still difficult to imagine this as a "space" in all respects. Crossroads of roads through which travel, more than our personal data, our people, whose boned and re-literate pieces are sold through auctions of a few tenths of a second to the highest bidder, who will transform the information into a targeted adv, in the best assumptions. This transformation of the subject from user to consumer to "raw material" reminds me a lot of an old dystopian b-movie, Soylent Green. Another classic, Cannibal Holocaust, ended with a reflection by Professor Harold Monroe among the skyscrapers of New York: “I wonder who the real cannibals are”. -


Shoshana Zuboff, scrittrice statunitense, è la musa del lavoro "Swimming in the Valley", all'interno di PANDO. Quando ti sei imbattuto nelle sue opere?

- Avevo spulciato qualche sua conferenza suggeritami da YouTube a lato di quelle di David Roediger, ma è dal consiglio decisivo di una amica che ho approfondito i suoi scritti, in particolare Surveillance Capitalism. “The CIA needs to swim in the valley” è una citazione interna al libro di George Tenet, ex direttore dell'agenzia, in relazione alla necessità del governo statunitense di fare chiarezza nel sommerso del cyberspazio, con un ovvio riferimento alla Silicon Valley, già nel 1997. -


Shoshana Zuboff, american writer, is the muse of the work "Swimming in the Valley", within PANDO. When did you come across her works?


- I had sifted through some of her talks suggested to me by YouTube alongside those of David Roediger, but it is from the decisive advice of a friend that I have deepened her writings, in particular Surveillance Capitalism. "The CIA needs to swim in the valley" is an internal quote from the book by George Tenet, former director of the agency, in relation to the need of the US government to clarify the submerged cyberspace, with an obvious reference to Silicon Valley, already in 1997. -


Shanti Town, 2019, foto di Cosimo Filippini



A marzo, quando ancora non si sapeva bene cosa fosse il Covid-19 eri a Buenos Aires per una residenza. Come hai vissuto, da artista, la situazione?

- È stato ovviamente straniante ricevere le prime notizie di confinamenti e quarantene dall'Italia, percepiti con la stessa distanza con cui a febbraio percepivamo il lockdown cinese. La percezione generale era che non sarebbe arrivato, anche perché il governo ha attuato misure restrittive piuttosto tempestive. Ovviamente è stato tutto vano e quando il Covid è arrivato è cominciato il balletto dei rimpatri, con scene di isteria collettiva fuori dal consolato, biglietti aerei costosissimi rifiutati e fino al rimpatrio di Stato e conseguente rientro in una Milano blindata. La costante iper mediazione degli eventi a cui siamo abituati a livello di comunicazione, rende la partecipazione all'Evento qualcosa di non sempre comprensibile sulle prime. C'è evidentemente stato un cambio di paradigma, ma per quanto banale continuo a chiedermelo: era normalità quella di prima? La nostra è una generazione di persone nate a cavallo del crollo del Muro di Berlino e del gigante sovietico, che ha legato la propria adolescenza alle Torri Gemelle e all'epos del jihadismo internazionale, che ha visto infrangersi le le proprie aspirazioni individuali contro la più grande crisi economica dal '29. Con buona pace di Fukuyama la storia non è finita e oggi viaggia più veloce che mai, intrecciandosi in un nodo gordiano fatto di reti wireless e fibre ottiche. -


In march, when you still didn't know what Covid-19 was, you were in Buenos Aires for a residence. How did you experience the situation as an artist?


- It was obviously alienating to receive the first news of confinements and quarantines from Italy, perceived with the same distance with which in February we perceived the chinese lockdown. The general perception was that it would not arrive, also because the government implemented rather timely restrictive measures. Obviously it was all in vain and when Covid arrived the ballet of repatriations began, with scenes of collective hysteria outside the consulate, very expensive plane tickets refused and up to the state repatriation and consequent return to an armored Milan. The constant hyper mediation of the events we are used to in terms of communication, makes participation in the Event something not always understandable at first. There has obviously been a paradigm shift, but no matter how trivial I keep asking myself: was the same as before? Ours is a generation of people born between the collapse of the Berlin Wall and the Soviet giant, who linked their adolescence to the Twin Towers and the epos of international jihadism, which saw their individual aspirations shattered against the most great economic crisis since 1929. With all due respect to Fukuyama, the story is not over and today it travels faster than ever, intertwining in a Gordian knot made of wireless networks and optical fibers. -



Come vedi il futuro dell'arte?

- Con tutto quello che sta succedendo direi che ci sarà da divertirsi. Bisogna vedere se il “sistema arte” rimarrà così simile a se stesso o saprà rinnovarsi inseguendo quel cambiamento inevitabile di cui, da tutte le parti, si sente il bisogno. -

How do you see the future of art?


- With everything that's going on I'd say it'll be fun. We need to see if the "art system" will remain so similar to itself or will it be able to renew itself by pursuing that inevitable change which, on all sides, is felt the need. -


stefanoserretta.com

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