• Elisa Zampini

Ho incontrato Godard un sabato mattina al cinema e mi ha detto cos'è (davvero) la Nouvelle Vague


Jean-Luc Godard


Il primo sole di un sabato mattina qualunque, a Milano sembra essere finalmente arrivato un po’ di fresco. È insolito per me svegliarsi presto, ma non so come o perché ero già fuori dal letto molto prima di quanto immaginavo senza, solo in apparenza, avere nulla da fare. Metto un po’ di musica in sottofondo, leggo il giornale, gironzolo per il web in cerca di qualcosa d’inaspettato – ma, appunto, non saprei dire cosa. Poi, mi viene in mente il cinema, Jean-Luc Godard, il bianco e il nero, la Nouvelle Vague, così da lì a poco mi sono trovata all’Anteo, in fila per un matinée.

The first sun of an ordinary Saturday morning seems to have finally arrived a bit cool in Milan. It is unusual for me to wake up early, but I don't know how or why I was already out of bed much earlier than I imagined without, only apparently, having anything to do. I play some music in the background, read the newspaper, wander around the web in search of something unexpected - but, in fact, I don't know what. Then, cinema comes to mind, Jean-Luc Godard, black and white, the Nouvelle Vague, so shortly thereafter I found myself at the Anteo, lined up for a matinee.


C’è qualcosa che mi ha sempre affascinato nell’andare al cinema di mattina: sarà per le sale meno affollate con al massimo qualche coppia di vecchietti; per iniziare la giornata da qualcosa di estremamente piacevole; o per essere una pratica meno comune, e quindi per me estremamente attraente. Ebbene, mi siedo al mio posto e pochi istanti dopo viene proiettata la pellicola su uno schermo 4.40 per 1.85 metri – non troppo grande ma giusto, per una sala che sul sito viene definita “ideale per proiezioni private, presentazioni, sfilate di moda, feste”. E infatti, è proprio così che mi sono sentita: come se noi, gli impavidi mattinieri, avessimo avuto la fortuna di raccoglierci in una sala intima e privata per rendere omaggio a uno dei registi che hanno imposto i dettami per un nuovo modo di fare cinema: più introspettivo, narrativo e, se mi è concesso, artistico.


There is something that has always fascinated me in going to the cinema in the morning: it will be for the less crowded rooms with at most a few couple of old men; to start the day from something extremely pleasant; or to be a less common practice, and therefore extremely attractive to me. Well, I sit in my seat and a few moments later the film is projected on a 4.40 by 1.85 meter screen - not too big but right, for a room that on the website is defined as “ideal for private screenings, presentations, fashion shows, parties”. And in fact, that's exactly how I felt: as if we, the fearless early risers, had had the good fortune to gather in an intimate and private room to pay homage to one of the directors who imposed the dictates for a new way of making cinema: more introspective, narrative and, if I'm allowed, artistic.

Poster del film A bout De Souffle (1960) di Jean-Luc Godard

La Nouvelle Vague – termine coniato dal periodico francese l’Express nel 1957 – indica un periodo storico travolgente, caratterizzato dalle proteste giovanili contro la polizia a causa della colonizzazione politica dell’Algeria. Ma è un termine che viene riconosciuto soprattutto nel cinema, per fare riferimento a un gruppo di giovani e visionari registi che in poco più di due anni hanno stravolto i connotati della Settima Arte. In forte opposizione al cinema “facile” americano che sfornava in serie pellicole destinate al consumo di massa, e quindi caratterizzati da storie semplici da raccontare, il cinema francese degli anni ’50 andava ad approfondire riflessioni sociali, esistenziali e politiche.

Il cinema della Nouvelle Vague è un lento, introspettivo, privo di una trama incalzante verso il classico “happy ending”. Per una volta viene messo in scena il vero, qui inteso come la condizione esistenziale umana: sempre alla ricerca di qualcosa di sconosciuto, di non identificato e forse non identificabile. Vediamo il protagonista alle prese con la vita di tutti i giorni, sballottato fra un sentimento e l’altro – qui i veri narratori sono proprio le emozioni – e che non ha bisogno di un dialogo preciso, logico. Il bianco e nero francese non è mai così definito, i fotogrammi si sovrappongono tra loro con successioni poco ferree, che a un primo sguardo possono sembrare raffazzonate. In realtà, la successione non-logica delle immagini e i cut di infiniti silenzi delineano la scelta stilista di questo movimento. Come succede nella vita vera, quasi sempre non c’è modo di prevedere la prossima scena e come in un flusso di pensieri e riflessioni su quello che ci circonda, anche i film della Nouvelle Vague seguono questa ragion d’essere.

La Nouvelle Vague - a term coined by the French periodical l'Express in 1957 - indicates an overwhelming historical period, characterized by youth protests against the police due to the political colonization of Algeria. But it is a term that is recognized above all in cinema, to refer to a group of young and visionary directors who in just over two years have upset the connotations of the Seventh Art. In strong opposition to "easy" American cinema, which produced films for mass consumption in series, and therefore characterized by simple stories to tell, the French cinema of the 1950s went to deepen social, existential and political reflections.

The cinema of the Nouvelle Vague is a slow, introspective one, devoid of a pressing plot towards the classic “happy ending”. For once the truth is staged, here understood as the human existential condition: always in search of something unknown, unidentified and perhaps unidentifiable. We see the protagonist grappling with everyday life, tossed between one feeling and another - here the real narrators are the emotions - and who does not need a precise, logical dialogue. The French black and white is never so defined, the frames overlap each other with not very iron sequences, which at first glance may seem botched. In reality, the non-logical succession of images and the cuts of infinite silences outline the stylistic choice of this movement. As happens in real life, there is almost always no way to predict the next scene and as in a flow of thoughts and reflections on what surrounds us, even the films of the New Vague follow this raison d'être.

Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg in una scena del film


À bout de suffle (1960) di Jean-Luc Godard, per esempio, è una delle prime pellicole che sanciscono il debutto in società della Nouvelle Vague. Già dalla presentazione del personaggio, Michel Poiccard, attraverso il dettaglio di un quotidiano che si abbassa per lasciare spazio al protagonista, si capisce il linguaggio rivoluzionario che da lì a breve condizionerà tutta la tradizione cinematografica esistente. Frammenti esistenziali raccontati con il gioco del chiaro-scuro, con lunghe sequenze senza dialogo in uno scenario il più delle volte ovattato, che si insinua come sfondo della scena, quasi a chiederne il permesso.

Pellicole che raccontano dell’essere e dell’esistere, che affidano al cinema una responsabilità ancora maggiore: unire il divertimento alla riflessione, consegnare - e non solo allietare - allo spettatore nuovi significati, punti di vista differenti, riflessioni che hanno il piacevolissimo compito di parlare direttamente a chi sta dall’altra parte dello schermo e farlo sentire, così, parte dell’intero progetto. Poi se non vi piace farne parte - senza che me ne abbiate - come dice Jean-Paul Belmondo « Si vous n'aimez pas la mer, si vous n'aimez pas la montagne, si vous n'aimez pas la ville. Allez-vous faire foutre!» - “Se non amate il mare, se non amate la montagna, se non amate la città... andate a quel paese!”


À bout de suffle (1960) by Jean-Luc Godard, for example, is one of the first films to mark the debut in society of the Nouvelle Vague. Already from the presentation of the character, Michel Poiccard, through the detail of a newspaper that is lowered to make room for the protagonist, one understands the revolutionary language that will soon condition all the existing cinematographic tradition. Existential fragments told with the play of chiaroscuro, with long sequences without dialogue in a scenario that is often muffled, which creeps into the background of the scene, as if to ask for permission.

Films that tell of being and existing, which entrust cinema with an even greater responsibility: combining fun with reflection, delivering - and not just cheering - the viewer with new meanings, different points of view, reflections that have the very pleasant task of speak directly to those on the other side of the screen and make them feel part of the whole project. Then, if you don't like being part of it - without me having it - as Jean-Paul Belmondo says “Si vous n'aimez pas la mer, si vous n'aimez pas la montagne, si vous n'aimez pas la ville. Allez-vous faire foutre!” - "If you don't love the sea, if you don't love the mountains, if you don't love the city… go fuck yourself!"

Marina Vladi e Anny Duperey in una scena di Due o tre cose che so di lei (1967) di Jean-Luc Godard