• Ilaria Introzzi

La cultura (ri)passerà per le vie di Kabul e ne (ri)scriverà la bellezza: una lettera aperta


Kabul negli anni '70, fonte: Pinterest


Cos’è stato, un mesetto fa che i talebani hanno conquistato, nuovamente, Kabul? È accaduto sempre nello stesso periodo che l’Occidente, con tutti i suoi valori, ha perso? Pare che la cultura medesima, intesa come paideia (educazione, dal greco), abbia visto, alla luce di tutto ciò, un ridursi del suo potere. Potere che nulla ha a che vedere con il dio denaro, leva certa delle guerre che dal 2004 abbiamo intentato in quei paesi, attraverso il capro espiatorio del terrorismo, perdendole tutte, come volevasi dimostrare.

È alla luce di suddette domande e considerazioni che un giorno, mossa da una triste riflessione su ciò che ancora oggi, con il ritorno di Nouvelle Factory per la stagione autunnale, avviene in quei paesi, scrivo una riflessione sulle note del mio iPhone e la giro alle persone con cui m’interfaccio solitamente per discutere di certe questioni, evitando di farlo via Instagram o Facebook, tutti i canali più comuni e immediati. Un po’ perché l’avevano già fatto in molti e un po’ per pudore. Letto il testo, molti di loro mi hanno suggerito di farne un editoriale. Ci ho pensato su e come risultato ho deciso di condividerlo integralmente, poiché alla fine parla di noi, muove una discussione (che spero ci sia), e chiama a gran voce la bellezza.


What was it a month ago that the taliban conquered Kabul again? Did it always happen in the same period that the West, with all its values, lost? It seems that culture itself, understood as paideia (education, from the greek), has seen, in the light of all this, a reduction in its power. Power that has nothing to do with the god of money, a sure lever of the wars that we have started in those countries since 2004, through the scapegoat of terrorism, losing them all, as we wanted to prove.

It is in the light of the aforementioned questions and considerations that one day, moved by a sad reflection on what still today, with the return of Nouvelle Factory for the autumn season, takes place in those countries, I write a reflection on the notes of my iPhone and turn it around to the people I usually interact with to discuss certain issues, avoiding doing it via Instagram or Facebook, all the most common and immediate channels. Partly because many had already done it and partly out of modesty. After reading the text, many of them suggested that I should make an editorial out of it. I thought about it and as a result I decided to share it in its entirety, because in the end it talks about us, raises a discussion (which I hope there is), and calls out for beauty.

Un negozio di dischi a Kabul, fonte: Pinterest

Kabul negli anni '70, fonte: Corriere della Sera


Carissimi, una riflessione rivolta a voi e a me stessa.


In questi giorni ho cercato di pormi più domande possibili sulla situazione drammatica di Kabul, e di tutto il territorio circostante. Mi sono chiesta a cosa servo, cosa posso fare. Forse scrivere un post di delusione, rabbia o frustrazione sui social? Oppure una donazione? Magari il silenzio. Nulla. Semplicemente nulla, pubblicamente. Di nuovo, ho riflettuto e nella speranza di trovare qualche risposta ho capito che non ce ne sono, che sarei egoista se le pretendessi. Sono una goccia nel mare - uso questa metafora perché sapete che io e il mare siamo una cosa sola - e non c’è spazio per l’Io. Ciò che sta accadendo è sì il fallimento dell’Occidente ma anche di un sistema di comunicazione/mediazione che ha smesso di interessarsi a livello globale di queste popolazioni che lo zio Sam e tutti i suoi parenti (ovvero noi) hanno sfruttato per fini poco chiari ma facilmente intuibili. Ha fallito la cultura, quella grande amica con cui (cerco) di andare a braccetto ogni giorno e di cui l’Europa si è vantata di possedere a differenza degli USA, per poi comunque agire allo stesso modo se non peggio, perché a loro assoggettata. E ora che si fa? Che fare? Rifugiarsi nel bello? È ancora possibile? È soprattutto, vale ancora la bellezza come reazione alle ingiustizie, alle incompetenze di chi dovrebbe guidarci? Non lo so. Troppe domande e nessuna risposta. Sono due anni da cancellare o da ricordare? “Abbiamo davvero imparato qualcosa dall’olocausto”, mi ha chiesto un’amica ieri? Ancora, non sapevo cosa risponderle. L’unica affermazione che mi ronza in testa ora è: “Vattene. Scappa, fuggi”. Sì ma dove? Perché io, dopotutto, avrei il mio posto comodo su una macchina, un aereo o un treno. Mentre ieri, come nel 2001, c’è gente che per tentare di salvarsi si lascia cadere in volo per incontrare la morte. E allora mi sento sempre la solita egoista che sono. Ed è comunque forse meglio morire così, anziché per mano di gente disumana ma fin troppo intelligente per essere esistita fino a oggi, sopravvivendo persino a una pandemia. Ma del resto chi ci ammazza, no?

Ho voglia di musica, amore, libertà, giustizia, spirito creativo, adrenalina e pace. Soprattutto bellezza. In un’altra vita. In un altro tutto.


Dear friends, a reflection addressed to you and to myself.


In recent days I have tried to ask myself as many questions as possible about the dramatic situation in Kabul, and all the surrounding area. I wondered what I'm for, what can I do. Maybe write a post of disappointment, anger or frustration on social media? Or a donation? Maybe silence. Nothing. Simply nothing, publicly. Again, I reflected and hoping to find some answers I realized that there are none, that I would be selfish if I demanded them. I am a drop in the ocean - I use this metaphor because you know that the sea and I are one - and there is no room for the ego. What is happening is yes the failure of the West but also of a communication/mediation system that has stopped taking an interest in these populations on a global level that uncle Sam and all his relatives (or us) have exploited for little purposes. clear but easy to understand. Culture has failed, that great friend with whom (I try) to go hand in hand every day and of which Europe has boasted of possessing unlike the USA, and then in any case act in the same way if not worse, because subjected to them . What do you do now? What to do? Take refuge in the beautiful? It's still possible? And above all, is beauty still valid as a reaction to injustices, to the incompetence of those who should guide us? I do not know. Too many questions and no answers. Are two years to be canceled or remembered? "Have we really learned something from the Holocaust," a friend asked me yesterday? Still, I didn't know what to answer her. The only affirmation that is buzzing in my head now is: "Go away. Run away, run away ”. Yes but where? Because I, after all, would have my own comfortable seat on a car, plane or train. While yesterday, as in 2001, there are people who, in an attempt to save themselves, let themselves fall in flight to meet death. And then I always feel the same selfish that I am. And it is still perhaps better to die like this, rather than at the hands of inhuman but all too intelligent people to have existed until today, even surviving a pandemic. But after all who kills us, right?

I want music, love, freedom, justice, creative spirit, adrenaline and peace. Above all beauty. In another life. In another whole.

Studentesse universitarie, Kabul, anni '70, fonte: Corriere della Sera