• Eleonora Gargantini

Un gioco di somme, tra rinunce e unicità: Gianluca Fontana racconta la sua fotografia



Gianluca Fontana


Lo sguardo del fotografo Gianluca Fontana dà vita ad un racconto visivo sofisticato, alla ricerca del senso dell’intimità e della sensualità, non tralasciando lo spazio riservato alle verità personali e all’immediatezza. La nuda immagine, senza orpelli, basta a se stessa e si mostra potente e onesta, ricca di contrasti e contrapposizioni che non passano inosservati agli occhi dell’osservatore. Fontana vive a Londra ed è dalla City che risponde alle nostre domande.

The gaze of the photographer Gianluca Fontana gives life to a sophisticated visual story, in search of a sense of intimacy and sensuality, without neglecting the space reserved for personal truth and immediacy. The naked image, without frills, is enough in itself and shows itself to be powerful and honest, full of contrasts that do not go unnoticed in the eyes of the beholder. Fontana lives in London and it is from the City that he answers to our questions.

“Qui e ora”, come ci sei arrivato? Raccontaci i passi del tuo percorso personale e lavorativo che hanno portato al Gianluca di oggi.


- È stato un percorso lungo e di crescita. Sono a nato a Taranto dove ho vissuto fino ai 18 anni, poi l’università a Milano e una prima esperienza di studio a Londra per un anno. Il ritorno a Milano, la laurea in Architettura. Da lì la svolta verso la fotografia, non più soltanto come passione ma come professione. Gavetta come assistente, poi i primi lavoretti, fino ai commissionati più importanti, lavorando nel cercare una identità fotografica, una voce “definita” con cui esprimermi. Il mio linguaggio fotografico si è evoluto e con lui il mio percorso professionale, consentendomi di lavorare con riviste e marchi di moda prestigiosi nel corso della mia carriera. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto (al momento molto meno per via del Covid ahimè) e conoscere persone affascinanti. Negli anni sono diventato anche giornalista. Sette anni fa, ho deciso di cambiare aria e lasciare Milano. E con la mia famiglia mi sono trasferito a Londra dove vivo attualmente. -


“Here and now”, how did you get there? Tell us the steps of your personal and working path that led to today's Gianluca.


- It has been a long and growing journey. I was born in Taranto where I lived until I was 18, then University in Milan and the year exchange in London. The return to Milan, the degree in Architecture. From there the turning point towards photography, no longer just as a passion but as a profession. Starting as an assistant, then the first little jobs, that led to the more important commissioned ones, searching for a photographic identity, a "defined" voice to express myself. My photographic language has evolved along with my professional path, allowing me to work with prestigious magazines and fashion brands throughout my career. I was lucky enough to travel a lot (at the moment, unfortunately much less due to Covid) and meet really intriguing people. Over the years I became a journalist. Seven years ago, I decided to change scenery and leave Milan. And with my family I moved to London where I’m currently based. -


I take the clouds with me , London, 2018


Quale sentimento, quale emozione pensi sia il valore aggiunto che distingue i tuoi scatti? Cosa vorresti che pensasse lo spettatore che per la prima volta si accosta alle tue fotografie?


- Per me è importante che le immagini “arrivino”. Che chi guarda possa sentire qualcosa, essere mosso intellettualmente e/o emotivamente. Ho sempre evitato di produrre immagini che “non facessero male a nessuno”, preferisco che le mie immagini non piacciano del tutto o disturbino piuttosto che pensare che abbiano un aspetto semplicemente decorativo. Ed ho sempre trovato affascinante farlo nel contesto apparentemente più banale e commerciale di tutti, la fotografia di moda. Amo lavorare con i contrasti e le contrapposizioni, è un modo potente di veicolare messaggi e sensazioni. L’idea di costruire immagini che siano accessibili emotivamente in chi guarda, è il goal ultimo del mio lavoro. E che possano toccare istintivamente, con onestà. Mi piace l’idea che quello che vedi nelle mie fotografie sia “onestamente” bello. Bello nella sua imperfezione, bello nel mostrarsi per quello che è. Bello nell’affrontare il mondo mostrandosi per ciò che si è, ostentare anche la propria fragilità. Questo è potente. E ci accomuna tutti in quanto esseri umani. Evito volutamente il termine “vero” (con Antonio Mancinelli, autore del saggio per il mio libro Private Sitting abbiamo più volte discusso sul concetto di verità in fotografia), perché lo trovo improprio. Le mie foto sono il risultato del mio punto di vista e quindi per definizione, non raccontano la verità. Ma come con tutte le cose verosimili è possibile riconoscersi ed entrare in sintonia. Picasso diceva che l’arte è una bugia che ci fa realizzare la verità. -


What feeling, what emotion do you think is the added value that distinguishes your shots? What would you like the viewer to think when approaching your photographs for the first time?


- For me it is important that the images "deliver". That the viewer can feel something, be moved intellectually and/or emotionally. I have always avoided producing images that “didn't hurt anyone”, I prefer my images are disliked or cause disturbance rather than having a merely decorative function. And I've always found it fascinating to do so in the apparently most banal and commercial context of all, fashion photography. I love working with contrasts, it's a powerful way to convey messages and sensations. The idea of ​​building images that are emotionally accessible to the viewer and that they can touch instinctively, with honesty is the ultimate goal of my work. I like the idea that what you see in my photographs is "honestly" beautiful. Beautiful in its imperfection, beautiful in showing itself for what it is. It is beautiful in facing the world showing oneself for what one is, also showing off one's fragility. This is powerful. And it unites us all as human beings. I deliberately avoid the term "true" (with Antonio Mancinelli, author of the essay for my book Private Sitting, we have repeatedly discussed the concept of truth in photography), because I find it inaccurate. My photos are the result of my point of view and therefore by definition, they do not tell the truth. But as with all plausible things it is possible to recognize and tune in. Picasso used to say that art is a lie that makes us realize the truth. -


Matilde Gioli, Private Sitting, Milan, 2018


Tea Falco, Private Sitting, Milan, 2013


Cosa nel tuo lavoro è imprescindibile? A cosa invece potresti rinunciare se ti chiedessero di farlo?


- Quando ho iniziato tutto mi sembrava imprescindibile. Tutto era fondamentale. Con il passare del tempo mi sono reso conto che poco cose lo sono invece veramente. Tutto quello che si vede in una fotografia ha il suo peso, indubbiamente, e certe presenze o mancanze possono enfatizzare o indebolire il risultato finale. Ma credo che oggi le prime due cose a cui presto massima attenzione, sono il soggetto, cioè l’oggetto della fotografia, e la location, cioè lo spazio in cui l’oggetto esiste per quella fotografia. -


What is essential in your work? What could you give up if they asked you to do it?


- When I started all seemed essential to me. Everything was fundamental. As the years passed, I realized that few things really are. Everything seen in a photograph has its weight, undoubtedly, and certain presences or deficiencies can emphasize or weaken the final result. But I believe that today the first two things I pay the greatest attention to are the subject, that is the object of the photograph, and the location, that is, the space in which the object exists for that photograph. -

Untitled, Polaroid, Milan, 2007


Parlaci del tuo modus operandi, al tempo che precede lo scatto, durante e il dopo.


- Parto sempre dall’analisi dei dati. A seguito di una richiesta di lavoro, inizio sempre con il fare una ricerca per capire la maniera migliore per elaborare il progetto. Prima di tutto devo trovare un “perché”, una chiave di lettura di quel lavoro. È da lì che scaturiscono le altre scelte. Come dicevo il casting e lo spazio in cui le foto vengono realizzate è molto importante. Nel caso in cui venga commissionato un lavoro con un personaggio, faccio sempre una ricerca sulla celebrity in questione per scoprire il suo percorso, quello che ha fatto e possibilmente conoscere un po’ del suo lavoro. A questo fa seguito una ricerca iconografica, mettendo a confronto le immagini più interessanti trovate per individuare una chiave di lettura meno vista o nuova (o semplicemente efficace ai miei occhi) su cui costruire il servizio. Cerco di arrivare preparato allo shooting, in modo che la giornata sia più facile possibile e che l’energia fluisca liberamente. Mi piace lavorare in un clima rilassato, sia per me che per il mio soggetto nonché per tutti collaboratori che sono con me in quella produzione. Non amo circondarmi di immagini e di riferimenti, durante lo shooting. Non ho mai chiesto ad una modella di ripetere la posa vista in un’altra fotografia. Non mi interessa, e non lo trovo un aiuto. Credo invece nello scambio, nella conversazione con il soggetto. Mi piace che il soggetto non subisca la sessione fotografica, ma che ci sia un dialogo, che lasci a me la libertà di chiedere ed al soggetto quella di rispondere. E manifestare anche il proprio disagio, se succedesse.

Spesso in pubblicità lavoro con una postazione digitale prossima a dove scatto, con la macchina fotografica collegata direttamente al computer. Altrimenti scatto invece a scheda. Questo mi consente di mantenere più facilmente la concentrazione e un dialogo con il soggetto, senza inutili interruzioni. Parallelamente uso le mie macchine analogiche per degli scatti in pellicola, specialmente con una Rolleiflex che porto sempre con me. E’ stata la prima macchina con cui ho imparato a fotografare e continua a farmi compagnia dopo tanti anni. Su alcuni progetti faccio un pre-editing sul set, e poi un editing accurato successivamente. Altre volte direttamente l’editing nei giorni successivi. Poi lavoro al tono di massima delle immagini che consegno. Le scelte vengono infine mandate al mio ritoccatore per essere finalizzate. La stragrande maggioranza del lavoro fatto sulle mie immagini è un lavoro di camera oscura, non di alterazioni della realtà. Non perché abbia preconcetti sui ritocchi e le alterazioni, ma per quel concetto di verosimile a me caro, di cui parlavo prima. -


Tell us about your modus operandi, before, during and after the shot.


- I always start from data analysis. Following a job request, I always start by doing a research to figure out the best way to develop the project. First of all I have to find “why”, a key to reading that commission. That's where the other choices come from. As I said, casting and the space in which the photos are taken are very important.

In the event that a work with a celebrity is commissioned, I always do a research about him/her to find out his/her path, what he/she has done and possibly get to know a little of his/her work. This is followed by an iconographic research, comparing the most interesting images found to identify a less popular or new (or simply effective to my eyes) interpretation to support my shooting. I tend to get prepared for the shooting, so that day is as smooth as possible and that the energy flows freely. I like to work in a relaxed atmosphere, both for me, my subject and all collaborators who are with me on that production. I don't like surrounding myself with images and references during the shooting. I never asked a model to copy the pose seen in another photograph. I don't care, and I don't find it of any help. Instead, I believe in exchange, in conversations with the subject. I like that the subject does not undergo the photographic session, but that there is a dialogue, which leaves me the freedom to ask and the subject to respond. And also express her/his discomfort, if it happens. Often in advertising I use to work with a digital workstation close to me, with camera wired to the computer. Differently, I shoot by card instead. It allows me to keep concentration and open to a dialogue with the subject, without unnecessary interruptions. At the same time I use my analog cameras for film shots, especially with a Rolleiflex that I always carry with me. It was the first camera I learned to photograph with and it continues to keep me company after so many years. On some projects, I do a pre-edit on set, and then a thorough editing afterwards. Other times directly editing in the following days. Then I work roughly on the tone of the images I deliver. The choices are finally sent to my retoucher to be finalized. The vast majority of the work done on my images is “dark room” work, not alterations of reality. Not because I have preconceptions about retouching and alterations, but because of that concept of plausible dear to me, of which I spoke earlier. -


Greta Ferro, 2020


Descrivici la tua atmosfera, il luogo preferito dove ti rifugi per sentirti a tuo agio, reale o non.


- Sul set direi che sono piuttosto a mio agio, sto bene. Sento la musica, lavoro molto spesso con persone interessanti e creative con cui scambiare vedute e visioni. Altrimenti a casa. Lì sto decisamente bene, ricaricare le pile, rilassarmi. Stare con le persone che amo. Cucinare. -


Describe your atmosphere, your favorite place where you take refuge to feel at ease, real or not.


- On set I would say that I'm pretty comfortable, I'm fine. I hear music, I work very often with interesting and creative people to exchange views and visions with. Otherwise at home. I'm definitely fine there, recharge my batteries, relax. Being with the people I love. Cooking. -


Se potessi chiedere un consiglio a un fotografo del passato, chi sarebbe?


- Ho una lista piuttosto lunga di fotografi che sono stati di ispirazione e riferimento per me: Helmut Newton, Irving Penn, Richard Avedon, Saul Leiter, Robert Frank, Peter Lindbergh, Paolo Roversi, per citare i più importanti e faccio fatica a individuarne uno in particolare. Forse chiederei al sig. Penn, che era noto per la sua riservatezza, e qualsiasi suo consiglio sarebbe stato preziosissimo. Ho conosciuto a New York il suo ultimo assistente. Ha lavorato per lui per sette anni è fino all’ultimo giorno è stato Mr. Penn. -


If you could ask a photographer of the past for advice, who would it be?


- I have a rather long list of photographers who have been an inspiration and reference for me: Helmut Newton, Irving Penn, Richard Avedon, Saul Leiter, Robert Frank, Peter Lindbergh, Paolo Roversi, to name the most important and I struggle to identify one in particular. Maybe I would ask Mr. Penn, who was known for his confidentiality, and any advice from him would have been very precious. I met his last assistant in New York. He worked for him for seven years and until the last day he was always Mr. Penn. -


Drops, Paris, 2017


Dove posi l’attenzione quando l’ispirazione tarda ad arrivare? Quali sono le tue risorse?


- In generale direi tutte le stimolazioni visive. Partendo dai libri di fotografia e d’arte, e poi riviste. Conservo un buon archivio di riviste, e trovo spesso spunti interessanti da poter rielaborare. Cinema e musica sono poi senza dubbio un’altra fonte d’ispirazione. Ammetto che anche andare in giro e guardarmi intorno offre spesso spunti per fantasticare e rielaborare situazioni viste per strada. -


Where do you focus your attention when inspiration is slow to arrive? What are your resources?


- In general, I would say all the visual stimulations. Starting with photography and art books, and then magazines. I keep a good archive of magazines, and I often find interesting ideas that I can rework on. Cinema and music are undoubtedly another source of inspiration. Even going and looking around often offers ideas for fantasizing and reworking situations seen on the street. -


Afrodita Dorado, Marrakech, 2018


Quali pensi siano le maggiori difficoltà per un fotografo che lavora in Italia? Quali differenze trovi con l’estero?

- Ho lasciato l’Italia sette anni fa e non so dire quali difficoltà incontri oggi un fotografo in Italia. Ma credo che siano le stesse che incontrino i colleghi di altri paesi. Gioie e dolori di un mondo globalizzato. Che ci rende tutti in concorrenza, ma che apre anche a tutti i mercati contemporaneamente. Almeno fino al Covid. Ora i mercati sono molto più a km zero, per così dire. In Italia c’era e forse c’è ancora una certa esterofilia, una certa fascinazione per l’esotico. Che però non credo sia solo un vizio italico. Lavoro tanto a Parigi e probabilmente diversi fotografi francesi penseranno di me, perché lui e non noi. Però riconosco che a volte offrire un punto di vista, libero dalle gabbie culturali del paese di appartenenza può essere interessante, proprio perché scevro dei condizionamenti culturali e sociali indigeni consentendo di restituire una visione più fresca e distaccata.Inoltre, l’Italia conserva un certo conformismo che certamente non aiuta a far emergere linguaggi autoriali, anche se mi sembra ci sia un certo fermento ultimamente. -


What do you think are the greatest difficulties for a photographer working in Italy? What differences do you find with abroad?


- I left Italy seven years ago and I don't know what difficulties a photographer in Italy encounters today. But I believe they are the same ones that colleagues from other countries meet. Joys and sorrows of a globalized world. Which makes us all in competition, but which also opens up all markets at the same time. At least until Covid. Now the markets are much more zero-mile, if I may say. In Italy there was and perhaps still is a certain xenophilia, a certain fascination for the exotic. But I don't think it's just an Italian vice. I work a lot in Paris and probably several French photographers will think why him instead of us. However, I recognize that sometimes offering a point of view, free from cultural cages of the country of origin, can be interesting, precisely because it is free of indigenous cultural and social conditioning, allowing to restore a fresher and more detached vision. In addition, Italy retains a certain conformism that certainly does not help to bring out authorial languages, although it seems to me that there has been a certain ferment lately. -



Bee, London 2017


Ci anticipi qualcosa riguardo ai tuoi progetti futuri?


- L’esperienza di Private Sitting è stata bellissima, che in qualche modo sto portando avanti, continuando a fotografare attori e attrici in sessioni private. Inoltre a Settembre ho avuto la fortuna di fotografare Isaac Hernandez, primo ballerino dell’English National Ballet (e nominato ballerino dell’anno), e mi ha dato conferma di quanto il mondo della danza sia affascinante. I corpi e il movimento di ballerini e ballerine sono incredibilmente armonici. Quindi sto pensando di sviluppare un progetto sulla danza, e mi sto domandando i miei “perché” al fine di trovare la chiave giusta per interpretarlo. -


Can you tell us something about your future projects?


- The Private Sitting experience was a wonderful experience, which I am somehow carrying on, continuing to photograph actors and actresses in private sessions. Also in September I was lucky enough to photograph Isaac Hernandez, principal dancer of the English National Ballet (and nominated dancer of the year), and this proved myself how fascinating the world of Dance is. The bodies and movement of dancers is incredibly harmonious. So I'm thinking about developing a project about Dance, and I'm wondering my “whys” in order to find the right key to interpret it. -


gianlucafontana.com