L’uso della parola: da Sarraute a oggi / The use of the word: from Sarraute a oggi

14 Oct 2018

Nathalie Sarraute

 

 

 

 

Ich sterbe. Io muoio. Sono le prime parole scritte da Nathalie Sarraute nel suo romanzo L’usage del la parole (Gallimard), uscito in Italia per SE. Muovendo dalle due mots, l’autrice francese riflette sulla forza della lingua, del suo vasto vocabolario. E, soprattutto, di come talvolta si utilizzino delle espressioni come a prestissimo oppure piccolo mio senza logica, in modo superficiale. 

Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1980, è uno strumento di riflessione sulla parola, attraverso la medesima. Per dieci racconti - dei quali l’ultimo porta l’eloquente titolo Je ne comprende pas, Sarraute (1900-1999) manifesta il suo punto di vista sul linguaggio contemporaneo, e sarebbe interessante - se fosse ancora in vita - interpellarla sui modi dire del nuovo millennio, così tanto influenzati dal web e dai media. 

Whatts’appami. Probabilmente sarebbe il titolo dedicato all’undicesima storia.

 

Ich sterbe. I die. These are the first words written by Nathalie Sarraute in her novel L'usage del la parole (Gallimard), released in Italy by SE. Moving from the two mots, the French author reflects on the strength of the language, its vast vocabulary. And, above all, how we sometimes use expressions like very soon or darling without logic, superficially.

The book, published for the first time in 1980, is an instrument of reflection on the word, through it. For ten stories - of which the last one brings the eloquent title Je ne comprende pas, Sarraute (1900-1999) expresses her point of view on contemporary language, and it would be interesting - if she were still alive - to question her on the ways to speak of the new millennium, so much influenced by the web and the media.

Whatts'appme. Probably it would be the title dedicated to the eleventh story.

 

 

 

Photo by Tim Walker

 

 

 

«Bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti.» Scrive così Stefano Benni. E se oggi i termini comuni sono taggami oppure facciamoci un selfie, probabilmente è il caso di affermare che il rischio è che  la maggior parte di noi si trasformi in una sorta di macchina, composta da cuore e muscoli, ma sempre meno in grado di praticare un esercizio intellettuale, scritto o parlato che sia.

Eppure bisogna adeguare il dizionario popolare ai tempi, non ci si può aspettare ancora l’utilizzo di parole come vetusto per vecchio, libello per dire libricino, automobile per segnalare una macchina. Per noi italiani il fine settimana al posto del weekend. Ma come mai, allora, gli uomini e le donne del Ventunesimo secolo fanno fatica a comunicare? Sembra un paradosso, ma nell’epoca storica in cui si interagisce di più che in ogni altra, le persone stanno perdendo la capacità di parlarsi, di usare la parola, scomodando nuovamente Sarraute. 

Ti mando un vocale. Il dodicesimo capitolo.

 

«You have to look like the words you say. Maybe not word by word, but in short we understood each other.» Stefano Benni writes. And if today the common terms are taggme or take a selfie, probably it is appropriate to state that the risk is that most of us turn into a kind of machine, consisting of heart and muscles, but less and less able to practice an intellectual exercise, written or spoken that is.

Yet we must adapt the popular dictionary at the time, we can not pretend the use of words as venerable for old, libellus to say booklet, machine to report a car. But why, then, do twenty-first century men and women struggle to communicate? It seems a paradox, but in the historical era in which we interact more than in any other, people are losing the ability to talk to each other, to use the word, bothering Sarraute again.

I send you a voice message. The twelfth chapter.

 

 

 

Oggi Ventottesimo Giorno del Settimo all'Amato Pantheon (Ordine e Disordine), opera di Alighiero Boetti, 1988

 

 

 

 

 

L’evoluzione tecnologica, tra le cause di questa evoluzione linguistica, porta con sé questo presupposto: ogni atto quotidiano è orientato al raggiungimento di un fine, al profitto, pensando il concetto per dei massimi sistemi. La competizione imposta dal libero mercato, dalla globalizzazione, impone di vivere le giornate seguendo il flusso della vitesse, la velocità. Ogni invenzione è concepita giocoforza lo scopo. E va bene, poiché permette di migliorare la condizione di molti di noi ma, dall’altro lato, atrofizza il pensiero, il quale necessita si stimoli, di imprevisti, di sogni. «La scrittura (…) comporta che tutti i significati che presumiamo di avere sotto controllo diventino instabili, in modo che tutto quanto ci circonda venga sottoposto a un esame completo.» Spiega Yves Bonnefoy al flâneur di Hallberg nel libro Lo sguardo del flâneur (Iperborea). Comunicare con le parole giuste significa sconvolgere i postulati. Le regole date dalle sovrastrutture. È un atto rivoluzionario. 

 

Technological evolution, among the causes of this linguistic evolution, brings with it this assumption: every daily act is oriented towards the achievement of an end, to profit, thinking of the concept for maximum systems. The competition imposed by the free market, by globalization, requires living the days following the flow of the vitesse, the speed. Every invention is designed to provide purpose. And that's fine, because it allows us to improve the condition of many of us but, on the other hand, it atrophizes thought, which requires stimulation, of unexpected events, of dreams. «Writing (...) implies that all the meanings that we assume to have under control become unstable, so that everything around us is subjected to a complete examination.»  Explains Yves Bonnefoy to Hallberg's flâneur in the book Lo sguardo del flâneur (iperborea ). Communicating with the right words means upsetting postulates. The rules given by the superstructures. It is a revolutionary act.

 

 

 

Ouattara Watts, Flash of the spirit, 1999

 

 

 

La parola si è involuta con il progredire della scienza digitale. I blog e i magazine online scrivono in funzione dei SEO, per sopravvivere, per l’indicizzazione. Con essa pare abbia perso la sua forza anche il valore della relazione. Paul Auster riflette sul concetto di solitudine, e intervistato dallo stesso flâneur di Bonnefoy dice: «la facoltà stessa di pensare ‘sono solo’ ha origine negli altri.» I fatti, oggi, dicono il contrario oppure è la dimensione a essere cambiata? Siamo soli perché non ci attorniamo più dell’altro, o - come Auster - abbiamo persone attorno ma in altri luoghi, come le community, i social network o le chat? Forse dovremmo allenarci a far rientrare in poco spazio dei concetti sensati, semplici. Non è una questione di grammatica, quanto al potersi esprimere in un contesto ancora relativamente nuovo: Facebook nasce appena quattordici anni fa. 

 

The word has been involved with the progress of digital science. Blogs and online magazines write according to SEO, to survive, for indexing. With it seems to have lost its strength also the value of the relationship. Paul Auster reflects on the concept of loneliness, and interviewed by the same Bonnefoy’s flâneur tells him: «the faculty of thinking ‘I’m alone' originates in others.» The facts, today, say the opposite or it is the dimension that has changed? Are we alone because we do not dwell more than the other, or - like Auster - we have people around but in other places, such as communities, social networks or chats? Perhaps we should train ourselves to make sensible, simple concepts within a small space. It is not a question of grammar, as to be able to express yourself in a context that is still relatively new: Facebook was born just fourteen years ago.

 

 

Lo Spazio, 1967, Giulio Paolini

 

 

 

Bisognerebbe sforzarsi di capire il ruolo della parola nel nostro presente storico, del suo essere come pietra per recuperare una certa militanza - anche culturale - e una voglia di condividere. Essa è ancora una protagonista essenziale, ma attrice di una nuova sceneggiatura. Migliorata, per molti versi, ma non del tutto. 

 

We should strive to understand the role of the word in our historical present, of its being as a stone to recover a certain militancy - even cultural - and a desire to share. It is still an essential protagonist, but the actress of a new screenplay. Improved, in many ways, but not entirely.

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