Disciplina, creatività e l’epoca della postproduzione: la cultura della moda spiegata da Maria Luisa Frisa / Discipline, creativity and the age of postproduction: fashion culture explained by Maria Luisa Frisa

7 Jan 2019

 

Maria Luisa Frisa ritratta da Francesco de Luca

 

 

 

 

Buoni propositi. Quante volte negli ultimi giorni del 2018 e i primi del nuovo anno si sono pronunciate queste due parole? Tante, forse troppe. Magari anche a sproposito. Piuttosto che promettersi qualcosa che probabilmente non si riuscirà a realizzare, perché non fare il punto su quello che è il presente, lo stato delle cose attuale? 

Maria Luisa Frisa non crede nelle previsioni. Per lei, critico d’arte, fashion curator e direttore del Corso di laurea in Design della moda e Arti multimediali all’Università Iuav di Venezia, infatti, l’imprevisto - specialmente quello creativo, militante - è una fortuna. Ecco perché si discute qui con lei sullo zeitgeist della moda, anzi della cultura della moda, disciplina in continua evoluzione, della quale una collezione in passerella è solo l’atto finale di un processo complesso. 

 

Good intentions. How many times have these two words spoken in the last days of 2018 and the first of the new year? Many, perhaps too many. Maybe even inappropriately. Rather than promising something that you probably will not be able to achieve, why not take stock of what is present, the current state of affairs?

Maria Luisa Frisa does not believe in forecasts. For her, art critic, fashion curator and director of the degree course in Fashion Design and Multimedia Arts at the Iuav University of Venice, in fact, the unexpected - especially the creative, militant - is a fortune. That's why she discusses here on the zeitgeist of fashion, rather of fashion culture, a discipline in continuous evolution, of which a collection on the catwalk is only the final act of a complex process.

 

 

 

Diana Vreeland After Diana Vreeland a cura di Judith Clark e Maria Luisa Frisa, Venezia, Palazzo Fortuny, 10 marzo-25 giugno 2012

 

 

 

Maria Luisa, in un’intervista recente hai detto che la moda «è lo strumento più potente che abbiamo per definirci.» L’hai sempre pensato, anche prima di fare della critica e dell’insegnamento della moda le tue professioni?

 

- Ho sempre praticato, fin da giovanissima, la moda, come progetto personale. Per distinguermi, per valorizzarmi in maniera non convenzionale e superare tutte le mie insicurezze (non mi sono mai considerata bella e ho sempre accettato i miei molti difetti). Per definire la mia identità. Mi vestivo in modo molto eccentrico, così dicevano gli altri. Essere diversa mi faceva sentire speciale. La moda mi interessava ma devo dire che di questo ne sono consapevole adesso, a posteriori. Poi ho capito che era anche il luogo dove succedevano le cose, questo grazie a una serie di incontri e circostanze. E quindi la curiosità e la voglia di sfidare i pregiudizi culturali (la moda è frivola) sono diventati il motore della mia ricerca. Ed eccomi qua. Non avrei mai immaginato, quando facevo il critico d’arte militante, che mi sarei occupata di moda. -

 

Maria Luisa, in a recent interview you said that fashion «is the most powerful tool we have to define ourselves.» Have you always thought about it, even before making that of critiques and teaching fashion your professions?

 

- I have always practiced fashion, as a personal project, since I was very young. To distinguish myself, to value myself unconventionally and overcome all my insecurities (I never considered myself beautiful and I have always accepted my many defects). To define my identity. I dressed in a very eccentric way, so the others said. Being different made me feel special. I was interested in fashion, but I must say that I am aware of this now. Then I realized that it was also the place where things happened, thanks to a series of meetings and circumstances. And so the curiosity and the desire to challenge cultural prejudices (fashion is frivolous) have become the engine of my research. And here I am. I never imagined, when I was a militant art critic, that I would deal with fashion. -

 

 

In che modo cerchi di insegnare questo pensiero ai tuoi studenti?

 

- Il corso di laurea è un ambiente in cui lavoriamo tutti insieme, studenti e docenti, consapevoli che il progetto della moda parte sempre dalla riflessione sul corpo e sull’identità. Poi, in generale, credo che la cosa più importante sia quella di far capire loro la complessità della moda e fornirgli gli strumenti necessari per interpretarla nelle sue velocissime trasformazioni. -

 

How do you try to teach this thought to your students?

 

- The degree program is an environment in which we work together, students and teachers, aware that the fashion project always starts from the reflection on the body and identity. Then, in general, I think that the most important thing is to make them understand the complexity of fashion and provide the tools necessary to interpret it in its fast transformations. -

 

 

Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi, Roma, MAXXI, 2 dicembre 2014-3 maggio 2015

 

 

 

 

 

 

Cosa comunicano oggi gli stilisti?

 

- Il loro immaginario, il loro progetto. La narrativa che diventa sempre più articolata e responsabile rispetto al mondo e alle culture che lo abitano. Sono sempre molto affascinata dalla visione sulla contemporaneità dei fashion designer, dalle traiettorie che tracciano nel tempo circolare della moda. -

 

What do designers communicate today?

 

- Their imaginary, their project. The narrative that becomes more and more articulated and responsible with respect to the world and the cultures that inhabit it. I am always very fascinated by the vision on the contemporaneity of fashion designers, from the trajectories that trace fashion over time. -

 

 

I giornalisti hanno i press day, i buyer la possibilità di vedere le nuove collezioni in show-room, mentre i clienti attendono di poterle comprare a tempo debito nei negozi; in più c’è il fattore Instagram: ha ancora senso fare le sfilate?

 

- Ci interroghiamo spesso sul senso della sfilata, però si stanno moltiplicando e si svolgono in ogni angolo del pianeta. Sono diventate dei veri e propri eventi, delle esperienze, perfette per moltiplicare in maniera esponenziale i modelli presentati e le celebrities ospiti. -

 

Journalists have press days, buyers the opportunity to see the new collections in the showroom, while customers wait to buy them in due time in stores; plus there's the Instagram factor: does it still make sense to run fashion shows?

 

- We often ask ourselves about the meaning of these, but they are multiplying and taking place in every corner of the planet. They have become real events, experiences, perfect for exponentially multiplying the products presented and the guests celebrities. -

 

 

 

Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi, Roma, MAXXI, 2 dicembre 2014-3 maggio 2015

 

 

 

Brand e web, quindi i social media: quali sono i rischi e i benefici di questo rapporto, soprattutto per gli emergenti?

 

- Direi che il caso Dolce & Gabbana ha chiarito a tutti che il grado di esposizione è molto più alto di quello a cui i brand e i designer erano abituati. Il web è una vastissima platea dove tutti si sentono autorizzati a intervenire. È tutto molto più veloce, a disposizione di chiunque e all’apparenza più facile. Ed è diventato per molti l’unico luogo dove informarsi. Credo, però, che a tutti i livelli i social media vadano maneggiati con grande cura. -

 

Brand and web, then social media: what are the risks and benefits of this relationship, especially for the emerging?

 

- I would say that the Dolce & Gabbana case made it clear to everyone that the degree of exposure is much higher than that to which the brands and designers were accustomed. The web is a huge audience where everyone feels entitled to intervene. Everything is much faster, available to anyone and apparently easier. And for many it has become the only place to get information. I believe, however, that at all levels social media should be handled with great care. -

 

 

Ogni anno nascono dei brand, degli stilisti: quali sono le prospettive di crescita e di affermazione per i nuovi creativi? C’è davvero spazio per loro?

 

- Sono convinta che per i bravi ci sia sempre spazio. Dipende dalla forza del progetto e dalla capacità di tenere insieme le ragioni della creatività con quelle del business, senza dimenticare che la moda è un sistema sempre più complesso e potente, capace di innervare tutte le declinazioni della cultura contemporanea. -

 

Every year brands and designers are born: what are the prospects for growth and success for new creatives? Is there really room for them?

 

- I am convinced that there is always room for good people. It depends on the strength of the project and on the ability to hold together the reasons for creativity with those of the business, without forgetting that fashion is an increasingly complex and powerful system, capable of innervating all the declinations of contemporary culture. -

 

 

Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi, Monza, Villa Reale, 24 settembre 2015-10 gennaio 2016

 

 

 

Talvolta incontro designer emergenti che dicono di non aver studiato moda, di aver iniziato grazie alla passione e a una cultura personale: è possibile diventare qualcuno senza un percorso formativo, diciamo, istituzionale, come quello che insegni tu all’Università Iuav di Venezia?

 

- È possibile, ma è sempre più difficile in un sistema così competitivo come quello attuale. È ancora radicata un’idea di moda e di autorialità che non esiste più, legata alle origini del sistema della moda. Lo spazio della formazione è il luogo dove capire il sistema e, soprattutto, capirsi. Lo trovo fondamentale. Il talento va coltivato, serve un luogo aperto dove mettersi alla prova. Prima di affrontare le sfide del mondo del lavoro. -

 

Sometimes I meet emerging designers who say they have not studied fashion, have started thanks to the passion and a personal culture: is it possible to become someone without a training path, let’s say, institutional, like what you teach at the Iuav University in Venice?

 

- It is possible, but it is increasingly difficult in such a competitive system as the current one. It is still rooted an idea of ​​fashion and authorship that no longer exists, linked to the origins of the fashion system. The training space is the place to understand the system and, above all, to understand each other. I find it fundamental. Talent must be cultivated, an open place is needed to test oneself. Before facing the challenges of the world of work. -

 

 

Il Novecento è forse l’ultimo secolo in cui la moda ha definito dei concetti: dal trompe l’oeil sulla maglieria di Schiaparelli, passando per l’abito Carnegie, il new look di Dior, lo smoking di Yves Saint Laurent, fino all’introduzione del nylon nella veste di tessuto per Prada. Sarà possibile inventare ancora qualcosa di così rivoluzionario?

 

- Abbiamo appena attraversato l’epoca della postproduzione, per prendere a prestito un termine messo a fuoco da Nicolas Bourriaud (classe 1965, è un autorevole critico d’arte francese, ex curatore del Palais de Tokyo, ndr). Non credo che nemmeno quelle che guardiamo come invenzioni lo siano. Sono intuizioni a partire dall’esistente. Non dobbiamo aspettarci il nuovo a prescindere. Questo tipo di ricerca è ancora possibile perché le possibilità esplorative dei materiali, delle tecniche e delle soluzioni progettuali sono virtualmente infinite. È la sensibilità di chi si confronta con questi aspetti che va coltivata. Per questo parlo, con ostinazione, di cultura della moda: occorre costruire spazi di riflessione, dentro l’università o in un museo nazionale con una precisa politica di acquisizioni e mostre. Dobbiamo generare confronti e scontri che devono tenere conto, oggi più che mai, delle idee. -

 

The Twentieth is perhaps the last century in which fashion has defined concepts: from the trompe l'oeil on Schiaparelli's knitwear, through the Carnegie dress, Dior's new look, Yves Saint Laurent's smoking, up to introduction of nylon as a fabric at Prada. Is it still possible to invent something so revolutionary?

 

- We have just gone through the postproduction period, to borrow a term focused by Nicolas Bourriaud (born in 1965, he is an authoritative French art critic, former curator of the Palais de Tokyo, ed). I do not think that even those that we look at as inventions are. They are intuitions starting from the existing one. We must not expect the new regardless. This type of research is still possible because the explorative possibilities of materials, techniques and design solutions are virtually endless. It is the sensitivity of those who are confronted with these aspects that must be cultivated. This is why I speak stubbornly about fashion culture: we need to build spaces for reflection, inside the university or in a national museum with a precise policy of acquisitions and exhibitions. We must generate confrontations and disagreements that must take into account, today more than ever, ideas. -

 

 

 

 

Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi, Monza, Villa Reale, 24 settembre 2015-10 gennaio 2016

 

 

 

 

Chi tra i grandi nomi ti sentiresti di citare come punto di inizio per una ricerca stilistica ed estetica?

 

- Sono molti gli autori che mi interessano, a volte per ragioni profondamente diverse. Ognuno deve scegliere i propri eroi personali. Non importa dire chi sono. -

 

Who among the big names would you like to quote as a starting point for a stylistic and aesthetic research?

 

- There are many authors who interest me, sometimes for deeply different reasons. Everyone must choose their personal heroes. It does not matter who they are. -

 

 

Ricordando il nome di una sala tra le più interessanti della mostra curata da te e Stefano Tonchi a Palazzo Reale, Italiana – L’Italia vista dalla moda 1971-2001, qual è l’identità (o le identità) che riconosci oggi nel settore?

 

- La straordinaria qualità della collaborazione tra autore e produzione, che è anche invenzione e continua sperimentazione. Un know-how unico al mondo. Oggi l’Italia continua a essere centrale. -

 

Recalling the name of one of the most interesting rooms in the exhibition curated by you and Stefano Tonchi at Palazzo Reale, Italiana – L’Italia vista dalla moda 1971-2001, what is the identity (or identities) you recognize today in the sector?

 

- The extraordinary quality of the collaboration between author and production, which is also invention and continuous experimentation. A unique know-how in the world. Today Italy continues to be central. -

 

 

 

ITALIANA. L’Italia vista dalla moda 1971-2001 a cura di Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi, Milano, Palazzo Reale, 22 febbraio-6 maggio 2018

 

 

 

 

L’esposizione, durata fino a maggio 2018, ha definito ben trent’anni di abiti, idee e sogni: è possibile prevedere quali saranno i prossimi tre decenni della moda, dato che li stiamo già vivendo?

 

- Non credo nelle previsioni. Per fortuna nulla è mai come lo avevamo immaginato. -

 

The exhibition, which lasted until may 2018, defined thirty years of clothes, ideas and dreams: is it possible to predict what the next three decades of fashion will be, given that we are already living them?

 

- I do not believe in forecasts. Fortunately, nothing is ever as we had imagined it. -

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