• Ilaria Introzzi

La Pelle: Luc Tuymans a Palazzo Grassi, Venezia / La Pelle: Luc Tuymans at Palazzo Grassi, Venice

È possibile provare un senso di pace quando si osservano le opere di Luc Tuymans (1958), ora in mostra a Palazzo Grassi. Fino al 6 gennaio 2020, all’interno dell’edificio settecentesco veneziano, è possibile vedere la prima grande monografica in Italia, dedicata all’artista belga.

La Pelle - così è intitolata l’esposizione - è un excursus sulla carriera del pittore, ma non si tratta di una retrospettiva, come tiene a sottolineare Tuymans, che ha curato la mostra assieme a Caroline Bourgeois.

It is possible to experience a sense of peace when observing the works of Luc Tuymans (1958), now on display at Palazzo Grassi. Until January 6th 2020, inside the eighteenth-century Venetian building, it is possible to see the first major monograph in Italy, dedicated to the Belgian artist.

La Pelle - this is the name of the exhibition - is an excursus on the painter's career, but it is not a retrospective, as Tuymans points out, who curated the exhibition together with Caroline Bourgeois.

Luc Tuymans, Angel, 1992

Il primo incontro con l’opera di Tuymans lo si ha appena entrati nell’atrio del palazzo, dove si svela il mosaico in marmo Schwarzheide (2019). Un site specific, dall’olio su tela dell’eponimo datato 1986. L’opera, su cui dà persino fastidio camminarci sopra, eppure è un pavimento a tutti gli effetti, meglio passarle a fianco o ammirarla dai piani sovrastanti, prende il nome da un campo di lavori forzati in Germania. Alcuni detenuti realizzavano in segreto disegno che tagliavano poi a strisce per nasconderli. Ed è infatti di uno di questi prigionieri, Alfred Kantor, l’originale di quest’opera. Provocatoriamente, per rimanere in tema, il primo vero e proprio lavoro di Tuymans è Secrets (1990), ritratto dell’architetto capo del Partito nazista Albert Speer, il quale dà il benvenuto allo spettatore al termine dello scalone principale. Il plurale del titolo indica che l’opera non è un allegoria del segreto o del silenzio, ma del modo in cui il ritratto di una persona lascia trasparire o meno i segreti, le parole non dette, al di là dell’aspetto severo e formale. La sensazione di leggerezza tuttavia permane, nonostante si siano già incontrate due opere gravi: l’una per i materiali e la vicenda storica, l’altra per il soggetto rappresentato.

The first encounter with the work of Tuymans is possible just entered the atrium of the palace, where the Schwarzheide marble mosaic (2019) is revealed. A site specific, from the oil on canvas of the eponymous dated 1986. The work, on which it even annoys us to walk on, yet it is a floor in all respects, better to pass it by or admire it from the upper floors, it takes its name from a forced labor camp in Germany. Some prisoners made a secret design which they then cut into strips to hide them. And it is in fact one of these prisoners, Alfred Kantor, the original of this work. Provocatively, to stay on the subject, Tuymans' first real work is Secrets (1990), a portrait of the chief architect of the Nazi Party Albert Speer, who welcomes the viewer at the end of the main staircase. The plural of the title indicates that the work is not an allegory of the secret or of silence, but of the way in which the portrait of a person reveals the secrets or not, the unspoken words, beyond the severe and formal aspect. The feeling of lightness nevertheless remains, although two serious works have already been encountered: one for the materials and the historical story, the other for the subject represented.

Luc Tuymans, Schwarzheide, 2019

Tra i lavori del primo piano emerge la presenza di un’opera ben nota dell’artista belga: Body (1990). Un olio su tela, realizzato con una vernice che Tuymans sapeva si sarebbe modificata con il tempo, in modo che la vita del quadro e quella del corpo rappresentassero invecchiassero all’unisono. Il corpo raffigurato pare stilizzato, primitivo; non è maturo, piuttosto rimanda a quello di un infante; esiste perché il pittore lo definisce con delle campiture in marrone scuro. Forse la pace che è costante tra le sale di questo museo, mentre fuori la città di Venezia si prepara ad accogliere la pioggia nefasta, è data soprattutto dai colori. Difficilmente, infatti, si vedono toni accessi, invadenti e rumorosi. Tuymans e Bourgeois hanno allestito un percorso in grado di rendere monocromi la forma e l’animo di chi osserva. Il contenuto, ovviamente, è diverso in ogni lavoro.

Fotografia e pittura si incontrano in Hut (1998). L’olio su tela è tanto essenziale nell’aspetto quanto ricco di significato. Il quadro muove da un semplice modellino di carta bianca piegata, prima fotografato e poi dipinto, per ottenere la visione crepuscolare di un’abitazione anima e precaria. Non proprio una casa arredata e lussureggiante. Infatti la soluzione sta nel nome: la lingua anglosassone distingue le nozioni di casa come edificio oppure oggetto (house) e in senso affettivo o psicologico (home). Qui la casa di carta che pare non sia nemmeno fissata al suolo, riesce appunto esprimere una fragilità materiale e simbolica. Anche inquietante, certamente ricca di mistero.

Tra le opere più astratte di Luc Tuymans vi è Embitterment (1991). Un trittico in cui stati emotivi e umori emergono dall’Io. L’artista descrive il lavoro come «un autoritratto emotivo che coincide con il corpo e mostra l’interno del corpo. Questo lavoro è nato da una sensazione di rabbia, dal sentirsi esclusi da se stessi.» L’arte diventa quindi uno specchio interiore, non del mondo ma dell’artista stesso. Per chi si avventurasse per la prima volta nel mondo Tuymans, dovrebbe sapere che l’artista ragiona sulle suo opere non solo nell’atto di realizzarle ma anche di presentarle. Infatti, nel caso del suo risentimento dispone il trittico in verticale, scomponendo quindi la classica linea di lettura da sinistra a destra. E qui viene fuori tutta la persona dell’artista: l’opera si colloca ad altezza d’uomo, l’uomo Luc Tuymans.

La sala 11 ospita un dipinto straziante: Angel (1992). L’origine dell’opera è in una statuetta che la madre del pittore collocava sotto l’albero di Natale. Tuymans ne scatta una polaroid da cui prende forma tutta l’opera, nonché una litografia (2004) e un affresco murale per la sala di concerto di Bruges (2012). Di questo dipinto colpiscono sia l’insieme che i dettagli. Nel primo caso è un rimando istantaneo a sculture come Amore e Psiche di Canova, oppure all’iconografia cristiana con la Madonna e Cristo morto. Il particolare vede la figura dell’angelo è definita, nei colori, nell’arpa bianca che regge in mano, il resto è quasi spento, come cancellato. Forse l’opera più emozionante di tutta La Pelle.

Among the works on the first floor emerges the presence of a well-known work by the Belgian artist: Body (1990). An oil on canvas, made with a varnish that Tuymans knew would have changed over time, so that the life of the painting and that of the body represented aging unison. The body shown is stylized, primitive; it is not mature, rather it refers to that of an infant; it exists because the painter defines it with dark brown backgrounds. Perhaps the peace that is constant among the rooms of this museum, while outside the city of Venice is preparing to welcome the nefarious rain, is given above all by the colors. In fact, it is difficult to see access tones, intrusive and noisy. Tuymans and Bourgeois have set up a path that can make the shape and soul of the observer monochrome. The content, of course, is different in every job.

Photography and painting meet in Hut (1998). This oil on canvas is as essential in appearance as it is rich in meaning. The painting moves from a simple model of folded white paper, first photographed and then painted, to obtain the twilight vision of a soul and precarious house. Not really a home furnished and lush. In fact the solution lies in the name: the Anglo-Saxon language distinguishes the notions of home as a building or object (house) and in an emotional or psychological sense (home). Here the paper house that apparently is not even fixed to the ground can express a material and symbolic fragility. Also disturbing, certainly full of mystery.

Among the most abstract works by Luc Tuymans is Embitterment (1991). A triptych in which emotional states and moods emerge from the ego. The artist describes the work as «an emotional self-portrait that coincides with the body and shows the inside of the body. This work was born of a feeling of anger, of feeling excluded from oneself.» Art thus becomes an interior mirror, not of the world but of the artist himself. For those who ventured into the Tuymans world for the first time, they should know that the artist thinks about his works not only in the act of making them but also in presenting them. In fact, in the case of his resentment he arranges the triptych vertically, thus breaking down the classic reading line from left to right. And here comes the whole person of the artist: the work is placed at the height of man, the man Luc Tuymans.

Room 11 houses a harrowing painting: Angel (1992). The origin of the work is in a statuette that the painter's mother placed under the Christmas tree. Tuymans shoots a polaroid from which the whole work takes shape, as well as a lithograph (2004) and a mural fresco for the Bruges concert hall (2012). Both the whole and the details are striking about this painting. In the first case it is an instant reference to sculptures like Canova's Amore e Psiche, or to Christian iconography with the Madonna and the dead Christ. The detail sees the figure of the angel is defined, in the colors, in the white harp he holds in his hand, the rest is almost extinguished, as if canceled. Perhaps the most exciting work of all La Pelle.

Luc Tuymans, Fingers, 1995

Il quadrittico Die Zeit (1988) posto al secondo piano, vede assieme dei quadri di piccole dimensioni, apparentemente slegati fra loro. A tenerli insieme sono le cromie che li accomunano. Infatti, nel primo vi è impressa una chiesa di un villaggio abbandonato, che proietta un ombra. Ma è ciò che c’è sullo sfondo a venire fuori al meglio: una fabbrica e nel cielo bianco sono parzialmente leggibile le parole rien en vue (nulla in vista). Il secondo quadretto ha come protagoniste delle mensole vuote; il terzo vede sovrapposte delle pastiglie di legumi prodotte a livello industriale durante la seconda guerra mondiale (periodo storico ricorrente in tutta la mostra) come sostitutivo dei pasti per i soldati. Il quarto ritrae una figura: un mezzo busto di un uomo con indosso un paio di occhiali da sole. Noi non possiamo sapere se ci guarda né noi guardare lui. Ma l’autore dell’opera ci viene incontro e informa che il signore è Reinhard Heydrich, uno dei personaggi più in vista del Terzo Reich, soprannominato il macellaio di Praga. Ora per il lettore/spettatore il cerchio si chiude: ogni opera è a sé eppure una sembra non potere esistere senza l’altra. Anche il dittico Die Wiedergutmachung (1989) ripercorre la fase storica della dittatura, così come molte altre esposte.

Ma la mostra non è una riflessione sul nazismo. E a ogni modo, sia che rifletta fatti comuni a tutti noi che quelli strettamente legati alle esperienze dell’artista, è, di nuovo, la paradossale quiete a dominare ogni white cube dello spazio di Palazzo Grassi. Fino all’ultima opera, alla sala 27, la quale certamente chiude la mostra ma non ciò che accade dopo, ovvero il senso di un arte contemporanea ben legata allo zeitgeist, pur essendo rappresentato, quest’ultimo in modo del tutto arbitrario, soggettivo. Fingers (1995) raffigura delle dita in modo del tutto improbabile, spingendo i limiti dell’ingrandimento fino al punto ultimo della de-realizzazione. Ciò significa che se le dita appartengono effettivamente all’essere umano, il modo in cui Tuymans le rappresenta è del tutto fuori scala. Un primo piano che punta alla scoperta di un dettaglio tra i più piccoli del nostro corpo eppure così importante.

The quadrittic Die Zeit (1988) located on the second floor, sees together small paintings, apparently unrelated to each other. To keep them together are the colors that unite them. In fact, in the first one there is a church of an abandoned village, which casts a shadow. But it is what is in the background that comes out best: a factory and in the white sky the words rien en vue (nothing in sight) are partially legible. The second small work has as its protagonists some empty shelves; the third sees overlapping legume tablets produced at industrial level during the Second World War (recurrent historical period throughout the exhibition) as a substitute for meals for soldiers. The fourth portrays a figure: a half-length of a man wearing a pair of sunglasses. We don’t know if he watches us nor we can look at him. But the author of the work comes to us and informs us that the lord is Reinhard Heydrich, one of the most prominent figures of the Third Reich, nicknamed the Prague butcher. Now for the reader/spectator the circle closes: each work is in itself and yet one seems to be unable to exist without the other. The diptych Die Wiedergutmachung (1989) also traces the historical phase of the dictatorship, as well as many others exhibited.

But the exhibition is not a reflection on Nazism. And in any case, whether it reflects facts common to all of us or those closely related to the artist's experiences, it is, again, the paradoxical quiet that dominates every white cube of the Palazzo Grassi space. Until the last work, in room 27, which certainly closes the show but not what happens next, or the sense of a contemporary art well linked to the zeitgeist, despite being represented, the latter in a completely arbitrary, subjective way. Fingers (1995) depicts fingers in a totally unlikely way, pushing the limits of magnification to the ultimate point of de-realization. This means that if the fingers actually belong to the human being, the way in which Tuymans represents them is completely out of scale. A close-up that aims to discover a detail among the smallest of our body yet so important.

Luc Tuymans, Secrets, 1990

palazzograssi.it

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