• Ilaria Introzzi

I podcast sull'arte rischiano di diventare i sostituti delle mostre

“Nei mali estremi ottimo consiglio si è l'affidarsi ad estremi rimedi.” Scrive l’aforista e medico greco Ippocrate nel 400 a.C.. Giocoforza il Covid-19 e le sue conseguenze, tra cui la chiusura - spesso in pianta stabile - dei luoghi dove si fa e divulga cultura, i musei si sono rivolti, tra dirette sui social e post interattivi, ai podcast sull'arte. Così facendo le mostre in corso si possono vedere online. Anzi, ascoltare. E già, perché con questo strumento vi è una voce narrante, la quale non si vede. Di fatto un podcast è un programma radiofonico che può essere ascoltato sempre, senza vincoli di orario. E alcune istituzioni ne producono di veramente interessanti: dal Museo del ‘900 di Milano passando per la Triennale con Triennale Upside Down - con episodi dedicati a Enzo Mari, i cui lavori sono attualmente esposti in una grande retrospettiva. Non sono solamente i musei a inventarsi nuovi modi di divulgare i loro contenuti artistici. Anche i media. Artribune inaugura recentemente Da solo al museo, a cura del critico d’arte Ludovico Pratesi che racconta storia e capolavori dei musei italiani. Rai Radio3, esplora fatti e leggende che hanno contribuito a fare il mito di alcune opere e i loro artisti. Avviene in Mostre impossibili e ogni puntata ospita professori e critici dell’ambiente.


“In extreme evils, the best advice is to rely on extreme remedies." He wrote the aphorist and greek doctor Hippocrates in 400 b.C.. Because of Covid-19 and its consequences, including the closure - often on a permanent basis - of the places where culture is developed and disseminated, museums turned, including direct social and interactive posts, to podcasts about art. In doing so, the current exhibitions can be viewed online. Indeed, listened. And yes, because with this instrument there is a narrating voice, which cannot be seen. In fact, a podcast is a radio program that can always be played to, without time constraints. And some institutions produce really interesting ones: from the Museo del ‘900 in Milan through the Triennale with Triennale Upside Down - with episodes dedicated to Enzo Mari, whose works are currently exhibited in a large retrospective. It is not just museums that invent new ways of disseminating their artistic content. Even the media. Artribune recently inaugurated Da solo al museo, curated by the art critic Ludovico Pratesi who tells the history and masterpieces of italian museums. Rai Radio3, explores facts and legends that have contributed to making the myth of some works and their artists. It takes place in Mostre impossibili and each episode hosts professors and critics of the industry.



Ludovico Pratesi a Palazzo Barberini a Roma per il podcast di Artribune "Da solo al museo", photo Artribune



Con il coronavirus gestire la quotidianità senza il supporto del digitale è tragico, impensabile. Grazie a video chat, internet, ma anche solo una telefonata, le persone possono ancora oggi - perché non è finita qui e non sta affatto andando tutto bene come certi hanno detto (e sperato) nell’ormai lontano marzo - mettersi in contatto con gli affetti, fare shopping, ordinare cibo e, infine, nutrire la mente con i podcast. Senza mettersi in pericolo. Il rischio è di abituarsi a tutto ciò. Ritenere fondamentali per il futuro questi mezzi in ogni economia e situazioni è un gesto sconsiderato nei confronti dei rapporti umani.

Esistono dei paradossi palesi: realtà in grado di fare benissimo smartworking sono sacrificate alla frequentazione di uffici. Altre, in cui il lavoro vis-à-vis è fondamentale, affrontano serie difficoltà nel farlo da casa. E benché ascoltare voci suadenti, prive di rumori di sottofondo, in grado di raccontare il quadro x e il pittore corrispondente, sia di conforto per i nerd dell’arte, il fatto di non poter andare concretamente a visitare gli spazi museali equivale al lavoro chez nous.


With the coronavirus, managing everyday life without digital support is tragic, unthinkable. Thanks to video chat, internet, but even just a phone call, people can still today - because it is not over here and everything is not going well as some have said (and hoped) in the now distant march - get in touch with affection, shopping, ordering food, and finally feeding the mind with podcasts. Without putting yourself in danger. The risk is to get used to all this. Considering these means as fundamental for the future in every economy and situation is a reckless gesture towards human relationships.

There are obvious paradoxes: realities capable of doing smartworking very well are sacrificed to frequenting offices. Others, where vis-à-vis work is essential, face serious difficulties in doing it from home. And although listening to persuasive voices, free from background noises, able to tell the picture x and the corresponding painter, is a comfort for art nerds, the fact of not being able to actually go to visit the museum spaces is equivalent to the chez nous work .


Enzo Mari, curated by Hans Ulrich Obrist with Francesca Giacomelli, exhibition view, foto di Gianluca Di Ioia



I podcast, prima ancora la radio, sono una tecnologia utilissima, per certi versi straordinaria. Fanno comprendere come, in momenti di difficoltà, ascoltare e riflettere siano due parole fondamentali. Durante la seconda guerra mondiale sentire la voce di qualche sconosciuto dà un forte senso di unità, nonostante tutto. La paura è che il loro successo porti a una maggiore deumanizzazione.

La mostra Aria di Tomás Saraceno a Palazzo Strozzi (Firenze) utilizza per tutto il periodo di apertura, conclusosi il 1° novembre, dei podcast per spiegare ai visitatori le tante sale dedicate alle opere dell’artista argentino. Alcuni con la sua stessa voce. E funziona, perché dà un senso di pienezza. Arricchisce e forma: non è pensabile sapere tutto. Ed è proprio questo il fine che dovrebbe avere questo tipo di strumento, una volta che la situazione dovesse migliorare definitivamente: aggiungere. Accrescere concetti che già ci sono, permettendo al pubblico di vedere fisicamente le opere. Non, quindi, sostituirsi alle istruzioni museali stesse, a un lavoro artistico che, per essere compreso, dibattuto, amato od odiato, deve essere vissuto.

Podcasts, even before radio, are a very useful technology, in some ways extraordinary. They makes us understand how, in moments of difficulty, listening and reflecting are two fundamental words. During the second world war, hearing the voice of a stranger gives a strong sense of unity, despite everything. The fear is that their success will lead to greater dehumanization.

The Aria exhibition by Tomás Saraceno at Palazzo Strozzi (Firenze) uses podcasts throughout all the opening period, which ended on November 1st, to explain to visitors the many rooms dedicated to the argentine artist's works. Some with his own voice. And it works, because it gives a sense of fullness. It enriches and forms: it is unthinkable to know everything. And this is precisely the purpose that this type of tool should have, once the situation should definitely improve: to add. Enhance concepts that already exist, allowing the public to physically see the works. Therefore, it is not a substitute for the museum instructions themselves, for an artistic work which, in order to be understood, debated, loved or hated, must be experienced.


Henri Cartier Bresson Paris. Louvre Museum. 1954. Visitors looking at The Coronation of Napoleon by Jacques-Louis David