• Ilaria Introzzi

Il mondo dell'arte è tutto un reality show (?)


Uno still dal film 1984 diretto da Michael Radford, tratto dal romanzo di George Orwell


Mi è capitato recentemente di sapere che conoscenti nel mondo della cultura avrebbero partecipato (o erano in lizza per partecipare) a dei reality show dedicati all’arte. Ovviamente mi sono chiesta il perché. Quale fosse il motivo in grado di spingere queste persone ad apparire in forma televisiva e attraverso questo format televisivo. È davvero l’ultima risorsa per educare il pubblico alla bellezza? Alla cultura in senso di insegnamento, al coltivare la propria personalità? Sciocco è, allora, chi pensava fossero i social media le piattaforme in grado di farlo. Per carità, magari questi programmi televisivi - la sottoscritta è rimasta al Grande Fratello era Bignardi - sono (o saranno) confezionati in modo molto più discreto, reale davvero (benché la contraddizione tra “reality” e “show” sia piuttosto palese) e s’impegneranno nella ricerca e critica del e sul mondo, interpellando gli attori di questo già complicato sistema . Tuttavia, di nuovo, è davvero questa l’ultima spiaggia?

I recently learned that acquaintances in the world of culture would have participated (or were in the running to participate) in reality shows dedicated to art. Obviously I wondered why. What was the reason able to push these people to appear in television form and through this television format. Is it really the last resort to educate the public about beauty? To culture in the sense of teaching, to cultivate one's personality? Foolish, then, is whoever thought social media platforms were capable of doing this. For heaven's sake, maybe these television programs - the undersigned remained at Big Brother era Bignardi - are (or will be) packaged in a much more discreet, truly real way (although the contradiction between "reality" and "show" is quite obvious) and 'will engage in research and criticism of and on the world, questioning the actors of this already complicated system. However, again, is this really the last resort?


La “spettacolarizzazione dell’arte”, potremmo dire parafrasando La società dello spettacolo elaborata da Guy Debord, il filosofo francese che ne scrive l’omonimo volume nel 1967. Oppure dei soggetti che la animano, dai curatori agli artisti. Fa lo stesso. Già Germano Celant nel suo saggio Una macchina virtuale. L’allestimento d’arte e i suoi archetipi moderni, uscito nel 1982, critica appunto - e già dalle prime righe - la tendenza all’apparenza, al mostriamo dell’arte, anziché impegnarsi ad affrontare questioni sostanziali. E nessuno può affermare che oggigiorno non ve ne siano.

Viviamo in tempi incerti, liquidi, mossi da una parola realtà che non si può più immaginare senza accostarla a quella di virtuale. Ne prendiamo atto. Anche gli artisti si stanno muovendo in questo senso, basta pensare alle opere NFT, no? Infatti, a ben osservare la questione, forse la partecipazione a un reality show è un tornare indietro, una regressione (populista?) rispetto all’indagare e al procedere del tempo: il vero qui e ora.

L.O.V.E, Maurizio Cattelan, 2010


The "spectacularization of art", we could say paraphrasing The society of the spectacle developed by Guy Debord, the French philosopher who wrote the homonymous volume in 1967. Or the subjects that animate it, from curators to artists. Whatever. Already Germano Celant in his essay Una macchina virtuale. L’allestimento d’arte e i suoi archetipi moderni, released in 1982, criticize - and from the very first lines - the tendency to appearances, to the display of art, rather than committing to tackling substantial issues. And no one can claim that today there are none.

We live in uncertain, liquid times, moved by a word reality that can no longer be imagined without comparing it to that of virtual. We take note of it. Artists are also moving in this direction, just think of NFT works, right? In fact, if we look closely at the question, perhaps participation in a reality show is a going back, a (populist?) Regression with respect to investigating and the progress of time: the real here and now.

Sin da quando è divenuto possibile registrare le memorie, la storia, via scritti od oralmente, è noto che diversi personaggi dell’arte hanno fatto spettacolo di sé, usando i media a loro disposizione per farsi conoscere. Citiamo i più recenti? Da Dalì a Warhol, fino a Maurizio Cattelan. Eppure nel loro modo di agire non vi era solo la voglia di apparire, dettata probabilmente da un blando narcisismo. Si trattava di “muovere” qualcosa in chi li osservava, di far scattare un pensiero. A volte anche di far ridere o provare ribrezzo. Scaturire un’emozione, insomma. Così la spettacolarizzaizione è accettabile a livello artistico. E finire nei libri di storia dell’arte, nei musei, nella Storia con la “s” maiuscola.


Ever since it became possible to record memories, history, written or orally, it is known that various characters of the art have made a show of themselves, using the media at their disposal to make themselves known. Do we mention the most recent? From Dalì to Warhol, up to Maurizio Cattelan. Yet in their way of acting there was not only the desire to appear, probably dictated by a mild narcissism. It was a question of "moving" something in the observer, of triggering a thought. Sometimes even to make people laugh or feel disgusted. In short, the emergence of an emotion. Thus the spectacularization is acceptable on an artistic level. And end up in the history of art books, in museums, in History with a capital "h".