• Ilaria Introzzi

Ti abbraccio in un sogno / I embrace you in a dream

Illustrazione di Ottavia Vianson per Nouvelle Factory, ispirata da Brassaï

Ieri sera ti ho sognato: eravamo nel nostro solito posto, il bar sotto casa. Era da ben due mesi che non ci vedevamo. Nella realtà è da un mese, più o meno. Due mondi, quello reale e surreale, ci stanno mettendo a dura prova. All’inizio quasi ci ridevamo su, poi abbiamo capito che la nostra separazione sarebbe durata molto di più di due settimane. Abbiamo smesso di sentirci, di scriverci, come se sapessimo che sarebbe tutto inutile. Quello che è sempre contato, per noi, era ed è vederci. Comunicare con gli occhi, i gesti. Non il buttare giù due, tre, quattro, infinite parole per raccontarci come stiamo o per condividere una foto.

Last night I dreamed of you: we were in our usual place, the pub. We hadn't seen each other for two months. In reality, it's been a month or so. Two worlds, the real and surreal one, are putting us to the test. At first we almost laughed at each other, then we realized that our separation would last much longer than two weeks. We stopped hearing, writing, as if we knew it would all be useless. What is always counted, for us, was and is seeing us. Communicate with our eyes, gestures. Ans not, instead, throw down two, three, four, infinite words to tell us how we are or to share a photo.

Apro la porta del locale. Non ho notizie del tuo, ma il mio di cuore batteva come un tamburo che non vuole smettere di tenere il ritmo e di farsi sentire. Lì, nel nostro bar preferito. Sai che non ricordo nemmeno l’ultima volta che ci siamo visti? Non perché l’ho dimenticata, ma perché davo per scontato che non sarebbe stata la fine. Sicuramente di lì a qualche giorno ci saremmo rivisti. E invece no. Io e te. Noi due, a parlare delle nostre solite cose, quelle che ci fanno stare bene e ci isolano un po’ dai problemi e dagli altri avventori che aprono e chiudono la porta. E a me viene da ridere perché tu neanche te ne accorgi quando accade, talmente è tanta la voglia di raccontarti. E allora discutiamo di viaggi, di cosa sto scrivendo ultimamente, del libro “nuovo” che ogni volta mi porto dietro, come se fosse un talismano, oltre che fonte di libertà. E tu che mi dici: “Beata te che puoi leggere, io con il lavoro che faccio non riesco mai”. Chissà, magari ora ti è venuta voglia di sfogliare qualche pagina. Poi parliamo di amore e di alcol. Ci piace bere bene. Io ti lascio sfogare, e tu ogni volta mi fai delle domande, alle quali rispondo vagamente. Io, a differenza di quelli che mi porto dietro, non sono un libro aperto.

I open the pub door. I have no news of yours, but my heart was beating like a drum that doesn't want to stop keeping the rhythm and making itself heard. There, in our favorite place. Do you know that I don't even remember the last time we met? Not because I forgot it, but because I took it for granted that it would not be the end. Surely in a few days we would meet again. But we did not. Me and you. The two of us, talking about our usual things, those that make us feel good and isolate us a bit from the problems and other clients who open and close the door. And it cause me a smile when I think you don't even notice it when it happens, so much is the desire to tell about you. So we discuss travel, what I'm writing lately, the "new" book that I carry with me every time, as if it is a talisman, as well as a source of freedom. And you who say to me: “You’re so lucky to be able to read, I never can with the work I do". Who knows, maybe now you want to run a few pages. Then we chat about love and alcohol. We like to drink well. I let you come out, and every time you ask me questions, to which I vaguely answer. Unlike the ones I carry around, I am not an open book.

Ma voglio tornare al sogno, perché tu sappia. Perché tu conosca la parte più importante, che non ti ho ancora svelata: mi hai chiesto se potevi abbracciarmi. Sì. È stata questa la prima domanda e frase che mi hai rivolto. Prima di non poterci più incontrare era diventata una sorta di rituale per noi. Stringerci forte quando ci vedevamo e, lo stesso, nel momento di dirci “alla prossima”. Non ci interessava molto baciarci sulla guancia. Del resto siamo sempre stati diversi noi due, rispetto agli altri. Ma lo sai che c’è gente che se ne dà anche tre di baci?

But I want to go back to the dream, for you to know. To let you clear the most important part, which I haven't revealed yet: you asked me if you could hug me. Yes. This was the first question and phrase you asked me. Before we could never meet again, it had become a sort of ritual for us. Hold us tight when we saw each other and, at the same time, when we say “till next time". We didn't care much about kissing each other on the cheek. Besides, the two of us have always been different from the others. But do you know that there are people who even give them three kisses?

Ho pianto nel sonno. Le lacrime scorrono anche adesso, nella lucidità della veglia. Mentre sono sotto le coperte a raccontarti tutto questo. A scriverti quanto quel quesito - “Posso abbracciarti?” - sia stato così importante, ancora di più dell’atto stesso. Lo interpreto ora come una sorta di preghiera, da parte tua, mista a smarrimento: “Ci stiamo veramente rincontrando?”. È passato così tanto tempo dall’ultima volta. Ti posso capire. E poi è un gesto, quello del domandare, molto dolce.

Mi domando se e quando la nostra separazione forzata finirà. In giro sui social vedo in molti scrivere che “andrà tutto bene”. Tu quando tempo fa stavo male me lo dicevi, mi spingevi a reagire e non a lasciarmi andare. Ora non dici niente. Ho paura della tua paura. Alle finestre scorgo degli striscioni fatti dai bambini che incitano alla positività. Voglio crederci. Intanto ti sogno, e ti abbraccio.

I cried in my sleep. Tears flow even now, in the lucidity of the vigil. While I'm under the blanket telling you all this. To write to you as much as that question - "Can I hug you?" - was so important, even more than the act itself. I now interpret it as a sort of prayer, on your part, mixed with bewilderment: "Are we really meeting again?”. It's been so long since the last time. I can understand you. And then it is a gesture, that of asking, very sweet.

I wonder if and when our forced separation will end. Around social networks I see many writing that "everything will be fine". You when I was sick a while ago you told me, you pushed me to react and not to let me go. Now you don't say anything. I'm afraid of your fear. At the windows I see drawings made by children that encourage positivity. I want to believe that. Meanwhile, I dream of you, and I embrace you.

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