• Ilaria Introzzi

Il ritorno del nomadismo, una forma di esplorare il mondo e se stessi, anche attraverso l'arte


Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-1898)


Prima di essere uno scrittore, Paolo Rumiz è certamente un grande viaggiatore. E tra le sue frasi culto, simbolo dello spostarsi per luoghi diversi da quello natale c’è questa: “I nomadi lo sanno: le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco”. Ed è proprio vero. Organizzare uno spostamento, anche breve, comporta delle fasi: identificare il posto, capire come arrivarci, organizzare e, infine, preparare un bagaglio, possibilmente lo stretto necessario. Ed è in questi momenti che monta l’adrenalina, quell’energia che ti permette di andare avanti con le incombenze di tutti giorni che dividono la data fatidica della partenza.

Before being a writer, Paolo Rumiz is certainly a great traveler. And among the phrases of his cult of him, a symbol of moving to places other than his birthplace, there is this: “Nomads know it: maps are not used to orient themselves, but to dream of the journey in the months preceding the posting”. And it is really true. Organizing a trip, even a short one, involves several phases: identifying the place, understanding how to get there, organizing and, finally, preparing a piece of luggage, possibly what is strictly necessary. And it is in these moments that adrenaline rises, that energy that allows you to go on with the everyday tasks that divide the fateful date of departure.

Paul Gauguin, La nascita di Cristo figlio di Dio (1896)


Non ogni persona può oppure ama viaggiare. C’è chi preferisce stare entro i propri confini o, suo malgrado, è costretta a rimanerci. E poi, come Rumiz, ci sono i nomadi, parola tornata nuovamente in voga grazie alle nuove generazioni, le quali si spostano dal loro paese o città natale periodicamente, portando con sé il lavoro, soprattutto, grazie ai competitivissimi (spesso) prezzi di aerei e treni o altri mezzi di trasporto, nonché di nuove forme d’alloggio aka airbnb e simili.

Se in passato questo stile di vita ritraeva due soggetti in particolare, gli esploratori e chi, per tradizione e sangue - come le popolazioni berbere ad esempio -, si muoveva a seconda delle stagioni e quindi della disponibilità di cibo e climi miti, oggi è un lifestyle mosso da coloro i quali hanno necessità di aprire non solo le frontiere geografiche ma anche mentali: viaggiare è come leggere un libro, arricchisce anche quando non rientra pienamente nelle nostre corde.


Not every person can or loves to travel. There are those who prefer to stay within their own borders or, in spite of themselves, are forced to stay there. And then, like Rumiz, there are the nomads, a word that is back in vogue again thanks to the new generations, who move from their country or hometown periodically, taking work with them, above all, thanks to the (often) very competitive prices of airplanes and trains or other means of transport, as well as new forms of accommodation aka airbnb and alike.

If in the past this lifestyle portrayed two subjects in particular, explorers and those who, by tradition and blood - such as the Berber populations for example - moved according to the seasons and therefore the availability of food and mild climates, today it is a lifestyle driven by those who need to open not only geographical but also mental frontiers: traveling is like reading a book, it enriches even when it is not fully within our ropes.

Paul Gauguin, Donne tahitiane sdraiate (1894)


E così partire non è più una gesto dispendioso (per la maggior parte dei casi), un tabù. Non è più una fuga. O forse sì, ma quella buona, dettata da necessità di smuoversi e di staccarsi da quell’essere se stessi all’interno di un gruppo sociale ristretto, fisicamente e, alcune volte, idealmente. In campo creativo, l’artista francese Paul Gauguin rappresenta per tutta la seconda metà dell’Ottocento proprio questo concetto, riuscendo, andando in luoghi remoti ancora oggi come Tahiti e la Polinesia, a stravolgere la sua stessa pittura, introducendo elementi inediti, producendo alcune delle sue opere più importanti, come Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-1898). Lo realizza al termine della sua vita, avvenuta nel 1904. Un percorso di esplorazione fisica e interiore esempio e modello per tutti i nomadi contemporanei, alla ricerca dell’altro e, forse, anche un pò del proprio essere.


And so leaving is no longer a wasteful gesture (in most cases), a taboo. It is no longer an escape. Or maybe yes, but the good one, dictated by the need to move and detach from being oneself within a small social group, physically and, sometimes, ideally. In the creative field, the French artist Paul Gauguin represents this concept throughout the second half of the nineteenth century, managing, going to remote places still today such as Tahiti and Polynesia, to overturn his own painting, introducing new elements, producing some of his most important works, such as Where do we come from? Who we are? Where do we go? (1897-1898). He realizes it at the end of his life, which took place in 1904. A path of physical and interior exploration, an example and model for all contemporary nomads, in search of the other and, perhaps, even a little of their own being.