• Giuliana Schiavone

Che cos'è il fenomeno della "visual culture" e perché osservare "è un atto di scelta"


Jean Epstein, Coeur fidèle, 1923


Parlare di “cultura visuale” significa parlare di sguardo, di intersezioni con la dimensione linguistica, di prospettive e mo(n)di della visione. Significa interrogare le immagini, e mettere in discussione costantemente il nostro punto di osservazione della realtà, accettando di essere parte integrante di un immaginario culturale crossmediale fatto di collisioni, consuetudini, e possibilità in progress.

Talking about "visual culture" means talking about gaze, intersections with the linguistic dimension, perspectives and visual modes. It means questioning images and our point of observation of reality, accepting to be an integral part of a cross-media cultural imaginary made up of collisions, conventions, and potential possibilities.

Le riflessioni attorno alla cultura visuale sono molteplici e si articolano all’interno di quel campo di ricerca transdisciplinare chiamato visual culture studies, nato attorno alla metà degli anni Novanta, e che ha come oggetto di studio il visibile e le pratiche percettive dello sguardo all’interno dei sistemi culturali organizzati. Tale campo di indagine, sorto nel contesto angloamericano, si concentra essenzialmente sull’analisi dell’età contemporanea, e sulle relative pratiche e processi di produzione delle immagini, presentando differenze sostanziali negli approcci alla tematica nei diversi contesti europei. Il vasto campo di indagine della cultura visuale può essere infatti analizzato secondo prospettive molteplici che integrano storia dell’arte, iconologia, antropologia, ricerca psicoanalitica, sociologia, filosofia, per citarne alcuni.

Dall’altra parte, il concetto specifico di cultura visuale risale al XX secolo, quando alcune prospettive teoriche iniziano ad evidenziare i limiti delle arti tradizionali nella rappresentazione della realtà, più precisamente, nel relazionarsi con l’avvento di una nuova cultura che fa dell’immagine e dell’esperienza visiva la sua ragion d’essere rispetto alle parole e al testo scritto.


The reflections around visual culture are manifold and they are structured within that transdisciplinary research field called “visual culture studies”, born around the mid-nineties with a focus on the “visible” and on the perceptive gaze practices into organized cultural systems. This field of investigation, which arose in the anglo-american context, essentially focuses on the analysis of the contemporary age, and on the related practices and processes of images production, manifesting substantial differences in the approaches to the topic in the different european contexts. The vast field of investigation of visual culture can in fact be investigated from multiple perspectives integrating the history of art, iconology, anthropology, psychoanalytic research, sociology, philosophy, to name a few.

On the other hand, the specific concept of visual culture dates back to the twentieth century, when some theoretical perspectives begin to highlight the limits of traditional arts in the representation of reality, more precisely, in relating to the advent of a new culture that makes image and visual experience its raison d'etre with respect to words and written text.

Richard Hamilton, Interior, 1964


Fotografia e cinema aprono dunque una crisi all’interno delle pratiche e consuetudini visuali e percettive, collocandosi come media digitali. È Béla Baláz (Szeged, 1884 – Budapest, 1949), scrittore, teorico del cinema e sceneggiatore ungherese, ad analizzare capillarmente la questione dell’immagine cinematografica, ricorrendo a una prospettiva antropologico-culturale, mettendo in luce la componente rivoluzionaria di tale arte. Il cinema diventa una vera e propria Weltanschauung da osservare attentamente per coglierne il valore non solo estetico e formale, ma anche sociale, linguistico e percettivo. La prossimità del cinema rispetto alla realtà, lo rende così un mezzo che consente di entrare all’interno in una cultura visuale inedita dove il mondo percepito attraverso l’osservazione non è una rappresentazione in senso lato, o un simulacro, ma un nuovo ambiente visuale, un microcosmo che entra in relazione empatica con lo sguardo.

Nei sistemi di pensiero sorti in età contemporanea, lo sguardo è dunque al centro di una riflessione precisa che coinvolge le prassi rappresentative tradizionali, i linguaggi delle arti, e la dimensione socio-culturale delle nostre consuetudini percettive. Lo sguardo ci consente di attraversare la fitta e seducente rete di immagini che costituisce la nostra iconosfera, scoprendone il valore sociale, storico e culturale, entrando in relazione con la realtà.


Photography and cinema therefore open a crisis within visual and perceptive practices and habits, placing themselves as digital media. It is Béla Baláz (Szeged, 1884 - Budapest, 1949), Hungarian writer, film theorist and screenwriter, who thoroughly analyzed the question of the cinematographic image, using an anthropological-cultural perspective, highlighting the revolutionary component of this art. Cinema becomes a real Weltanschauung to be carefully observed in order to catch not only its aesthetic and formal meaning, but also its social, linguistic and perceptive value. Thus, the cinema’s proximity to reality allows us to enter an unprecedented visual culture where the world perceived through observation is not a representation in the broad sense, or a simulacrum, but a new visual environment, a microcosm that enters into an empathic relationship with the gaze.

In the systems of thought that arose in the contemporary age, the gaze is therefore at the center of a precise reflection which involves traditional representative practices, the languages of the arts, and the socio-cultural dimension of our perceptive habits. The gaze allows us to cross the dense and seductive network of images that make up our iconosphere, discovering its social, historical and cultural value, entering into a relationship with reality.

Nel suo Ways of Seeing (1972), lo scrittore, pittore e critico d’arte britannico John Berger (Hackney, Londra 1926 – Parigi, 2017)​ si sofferma sulla dialettica esistente tra osservazione e conoscenza, tra lo sguardo e le parole che utilizziamo per spiegare e raccontare il mondo di cui facciamo esperienza. A proposito di questa relazione, Berger afferma che “il vedere viene prima delle parole”, così come “un bambino guarda e riconosce prima di poter parlare”.

Berger sembra sottolineare che, proprio attraverso lo sguardo, affermiamo il nostro posto nel mondo circostante e questa relazione tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo/conosciamo non è mai stabilita. Il modo in cui osserviamo è condizionato però da ciò che conosciamo, da ciò in cui crediamo o ricordiamo, da ciò che è presente nel nostro bagaglio visuale-mnemonico. E osservare, è un atto di scelta.


In his Ways of Seeing (1972), the british writer, painter and art critic John Berger (Hackney, London 1926 - Paris, 2017) focuses on the dialectic between observation and knowledge, between the gaze and the words we use in order to explain and to narrate the world we experience. Regarding this relationship, Berger states that "seeing comes before words", just as "a child looks and recognizes before he can speak".

Berger seems to underline that, precisely through the gaze, we affirm our place in the surrounding world and this relationship between what we see and what we know is never established. However, the way we observe is conditioned by what we know, by what we believe or remember, by what is present in our visual-mnemonic baggage. And to observe is an act of choice.

Richard Hamilton, Fashion Plate, 1969-1970


Parlare di cultura visuale equivale a chiedersi, allora, anche quale sia il nostro punto di osservazione del mondo, il nostro posto e il nostro ruolo all’interno di questo ecosistema in progress. E non solo, significa domandarsi quali siano gli strumenti metodologici più adatti per una comprensione profonda delle immagini in un contesto globale, anche rispetto alla narrazione eurocentrica della storia dell’arte, una prospettiva ormai limitante e inadeguata.

Una teoria dello sguardo richiede allora una propensione alla contaminazione tra più prospettive, e all’integrazione delle culture che costituiscono il nostro attuale mondo visuale, coinvolgendo lo spettatore come soggetto attivo nei processi di responsabilizzazione inerenti la sua relazione empatica con le immagini.

Talking about visual culture is equivalent to asking a question about our observation point of the world, about our place and our role within this in progress ecosystem. And not only that. It means asking oneself what are the most suitable methodological tools for a deeper understanding of images in a global context, also with respect to the eurocentric narration of the history of art since it is a limiting and inadequate perspective by now.

A theory of the gaze therefore requires a propensity for contamination between multiple perspectives, and for the integration of the cultures that create our current visual world, involving the viewer as an active subject in the processes of empowerment inherent in his empathic relationship with images.