• Ilaria Introzzi

Vuoto: un concetto per spiegare (e rappresentare) il mondo / Void: a concept to explain (and represe

Teresa Margolles, Plancha, 2010

Nel 2012 alla galleria d’arte londinese The Hayward viene concepita la mostra Invisible: Art about the Unseen (1957-2012). Un’esposizione molto chiacchierata contenente diverse opere di artisti importanti, le quali, come filo rosso, riflettono sul concetto di invisibilità, di vuoto. C’è Yves Klein con Le Vide (1958), Teresa Margolles con il lavoro Plancha (2010) e, addirittura un piedistallo su cui si è appoggiato Andy Warhol, uno che con l’idea di emptiness, soprattutto a livello teorico, ha costruito l’intera carriera. E fama.

In 2012, the show Invisible: Art about the Unseen (1957-2012) was conceived at the London art gallery The Hayward. A much talked-about exhibition containing several works by important artists, who, like a red thread, reflect on the concept of invisibility, of emptiness. There is Yves Klein with Le Vide (1958), Teresa Margolles with the work Plancha (2010) and, even a pedestal on which Andy Warhol leaned, one who with the idea of ​​emptiness, especially on a theoretical level, has built the whole career. And fame.

Yves Klein, Le Vide, 1958

Un artefatto è qualcosa di concreto. Anche quando si riferisce al vuoto. A un’idea di assenza che subito fa pensare al nulla, alla privazione di qualsiasi riferimento spazio-temporale. Si potrebbe subito pensare, quindi, che il vuoto non esiste. Tuttavia deve esserci per poter essere smentito. E non solo in quanto opera d’arte. Esistono artisti, scrittori, musicisti, i quali hanno bisogno di tale presenza durante l’atto di creazione e si fanno tramortire, in un certo senso, dalla vacuità. «Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato.» Scrive Joan Mirò. Per la pittrice contemporanea Giovanna Morgavi è la condizione imprescindibile per realizzare i suoi ritratti.

An artifact is something concrete. Even when it refers to emptiness. To an idea of ​​absence that immediately makes one think of nothing, the deprivation of any space-time reference. One could immediately think, therefore, that emptiness does not exist. However, it must be there in order to be proven wrong. And not just as a work of art. There are artists, writers, musicians, who need this presence during the act of creation and let themselves be knocked out, in a certain sense, by emptiness. «The empty spaces, the empty horizons, the empty lowland, everything that is bare has always deeply impressed me.» Writes Joan Mirò. For the contemporary painter Giovanna Morgavi is the essential condition for making her portraits.

Frank Lloyd Wright, Larkin Building, Buffalo, interno, 1909

Per tutta la seconda metà dell’Ottocento l’architettura non è in grado di capire che strada prendere in termini di linguaggio: era il periodo dello storicismo e dell’eclettismo. Un certo Frank Lloyd Wright dice basta a tutti questi riferimenti al passato costruendo la sua personale idea di progetto, in cui il concetto di vuoto è fondamentale, soprattutto quando realizza edifici come il Larkin Building (1904) o il museo Guggenheim di Manhattan (1943). Il primo non è possibile visitarlo (viene demolito nel 1945), mentre il secondo è un palazzo noto in tutto il mondo e frequentato da migliaia di persone quotidianamente. Entrando dalla piccola porta dell’ingresso - bisogna sapere che il grande architetto americano non era molto alto e quindi progettava i soffitti/ingressi con proporzioni leggermente ridotte rispetto alla media - la prima cosa che viene spontaneo fare è guardare in alto. Nel vuoto. La particolare struttura, infatti, impedisce di vedere effettivamente cosa ci sia tra un piano e l’altro.

I tre piani della celebre Casa sulla Cascata (1936-39), sempre di Wright, non cadono su un punto in particolare, ma sono protesi nel vuoto. «La realtà del recipiente, è nel vuoto che contiene», scrive Lao Tse.

Throughout the second half of the nineteenth century, architecture was unable to understand which way to go in terms of language: it was the period of historicism and eclecticism. A certain Frank Lloyd Wright says enough of all these references to the past by building his personal project idea, in which the concept of emptiness is fundamental, especially when he creates buildings such as the Larkin Building (1904) or the Guggenheim museum in Manhattan (1943) . The former cannot be visited (it was demolished in 1945), while the latter is a palace known all over the world and frequented by thousands of people daily. Entering through the small entrance door - you need to know that the great American architect was not very tall and therefore designed the ceilings/entrances with slightly reduced proportions compared to the average - the first thing that one spontaneously does is to look up. Into the void. The particular structure, in fact, prevents you from actually seeing what is between one floor and another.

The three floors of the famous Fallingwater (1936-39), also by Wright, do not fall on one point in particular, but are stretched out into the empty space. «The reality of the container lies in the emptiness it contains, writes Lao Tse.

Frank Lloyd Wright, Guggenheim museum, NY, interno, 1943

Per Virginia Woolf, è meglio avere una stanza tutta per sé. Altrimenti non è possibile esprimere la propria arte, nel suo caso quella della scrittura. Il suo collega Samuel Beckett pensa invece che «tutte le arti si assomigliano» e per questo sono tutte «un tentativo per riempire gli spazi vuoti.» Ad ogni modo, se molti intellettuali riflettono sull’idea di silenzio, vuoto, vacuità - lo si chiami come si vuole - un motivo ci sarà. Forse la paura oppure la certezza che dal nulla si possono creare molte cose. Talvolta anche delle opere d’arte.

For Virginia Woolf, it's best to have a room of your own. Otherwise it is not possible to express one's art, in her case that of writing. Her colleague Samuel Beckett instead thinks that «all the arts are alike» and for this reason they are all «an attempt to fill the empty spaces.» However, if many intellectuals reflect on the idea of ​​silence, emptiness, void - call it what you want - there will be a reason. Perhaps the fear or the certainty that many things can be created from nothing. Sometimes even works of art.

Virginia Woolf in uno scatto di George Charles Beresford, 1902

Il vuoto per non esistere deve essere realtà. E viceversa. A livello semantico, se chiamiamo un dipinto tale è perché esiste, lo riconosciamo per essere ciò che è, e non un’altra cosa. Ma, al netto di tutto quanto detto finora, esiste ancora un’assenza che è possibile vivere ai fini (e attraverso) la cultura, la bellezza, la forza dell’atto creativo? Sembra molto difficile. Perché, eccezioni a parte, non si respira più un vuoto conciliante la creazione, piuttosto aleggia quello dei sentimenti. C’è così tanto odio, ignoranza, pochezza, che nulla, nemmeno un quadro di Mirò o un romanzo della Woolf, possono ribaltare la situazione. Si fanno guerre per motivi che ancora non sono ben chiari, si incendiano paesi interi per stupidità e cattiveria, si muove violenza per reprimere la rabbia. Prendendo come postulato la frase di Tse, se la verità di un contenitore è davvero nel nulla che contiene, allora la nostra realtà è veramente messa male.

In order to not exist, emptiness must be reality. And viceversa. On a semantic level, if we call such a painting it is because it exists, we recognize it for being what it is, and not something else. But, at the net of all that has been said so far, is there still an absence that is possible to live for (and through) the culture, beauty, strength of the creative act? It seems very difficult. Because, apart from exceptions, there is no longer a void conciliating creation, rather hovers that of feelings. There is so much hatred, ignorance, smallness, that nothing, not even an artwork by Mirò or a novel by Woolf, can overturn the situation. Wars are waged for reasons that are not yet clear, entire countries are set on fire for human stupidity and malice, violence is taking place to suppress anger. Taking Tse's sentence as postulate, if the truth of a container is really in the nothing it contains, then our reality is really in a bad shape.

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