#whomademyclothes e l’oblio sociale della moda / #whomademyclothes and fashion social oblivion

29 Apr 2018

 

 

 

Domenica 29 aprile 2018 si è conclusa la Fashion Revolution Week, condivisa e commentata sui media e soprattutto sul web, attraverso l’ormai celebre hashtag #whomademyclothes. Prima di procedere con il commento è utile fare un passo indietro, ponendo l’attenzione sui motivi che hanno indotto un gruppo di persone a creare il movimento, divenuto globale. Intanto, è nato nel 2013, come risposta alla tragedia avvenuta in Bangladesh il 24 aprile dello stesso anno, la quale ha visto il collasso del Rana Plaza Building, uccidendo 1.138 persone, perlopiù donne e minorenni, ferendone 2.500. All’interno del palazzo erano attive cinque fabbriche produttrici di vestiti per le multinazionali occidentali, sia del mercato cosiddetto fast fashion, che del lusso. 

 

Sunday 29 April 2018 ended the Fashion Revolution Week, shared and commented on the media and especially on the web, through the now famous hashtag #whomademyclothes. Before proceeding with the comment it is useful to take a step back, focusing on the reasons that have led a group of people to create the movement, which has become global. Meanwhile, it was born in 2013, in response to the tragedy in Bangladesh on April 24 of the same year, which saw the collapse of the Rana Plaza Building, killing 1,138 people, mostly women and children, injuring 2,500. Inside the building there were five factories producing clothes for western multinationals, both in the so-called fast fashion market, and in luxury.

 

 

Rana Plaza building in Bangladesh

 

 

 

Da quel momento, che si annovera come il quarto disastro industriale della storia, emerge un nuovo sentimento, e non solo tra le persone attiviste o comunque sensibili alla dignità umana sul posto di lavoro, ma anche tra gli addetti ai lavori e appassionati di moda. Celebre, a riguardo, è il documentario True Cost (2015), diretto da Andrew Morgan e prodotto, tra gli altri, da Livia Firth fondatrice Eco-Age e la giornalista Lucy Siegle. Parte del mondo si mobilita. Ma per cosa? Nostro malgrado, sono molti gli argomenti i quali vedono l’industria dell’abbigliamento perdere la sua battaglia. Tra i più importanti, e lo si è già riportato, è la decenza sul luogo in cui uomini e donne lavorano; ancora oggi, infatti, le condizioni sono disperate: centinaia di anime sono costrette a lavorare in spazi insalubri, dalle dimensioni ridotte, avendo a che fare con tessuti spesso trattati chimicamente - è mai capitato di indossare un indumento prodotto in quei paesi e di ritrovarsi con eritemi o macchie lasciate dal materiale sulla pelle? -. Per non parlare di come vengono trattati dai boss, i quali controllano rigidamente che essi producano come delle macchine, anziché se hanno bisogno di bere o mangiare, o anche solamente di respirare. Il risultato di tale catena non conduce unicamente al rischio di un deperimento fisico della struttura in cui si affaticano, ma anche del loro, i quali incontrano malattia incurabili, almeno nei loro territori, causate dai vapori e da altri elementi poco salutari, già citati. Non sono provvisti di assicurazione medica, di uno stipendio adeguato. Tuttavia, per la moda veloce, realizzano magliette vendute da noi al prezzo di 10 euro, se non meno. Secondo un articolo su Il Post, datato 2 luglio 2013 appena dopo l’incidente, in Bangladesh i dipendenti delle imprese in questione guadagnano 29 euro al mese

 

From that moment, which counts as the fourth industrial disaster in history, a new feeling emerges, and not only among activist people or anyway sensitive to human dignity in the workplace, but also among professionals and fashion enthusiasts. Famous about this, is the documentary True Cost (2015), directed by Andrew Morgan and produced, among others, by Livia Firth founder of Eco-Age and journalist Lucy Siegle. Part of the world is mobilized. But for what? In spite of all, there are many topics which see the garment industry lose its battle. Among the most important, and it has already been reported, is the decency on the place where men and women work; even today, in fact, the conditions are desperate: hundreds of souls are forced to work in unhealthy spaces, small in size, having to do with fabrics often chemically treated - it has never happened to wear a garment produced in those countries and find themselves with erythema or spots left by the material on the skin? -. Not to mention how they are treated by bosses, who strictly control that they produce like machines, rather than if they need to drink or eat, or even just to breathe. The result of this chain does not only lead to the risk of physical deterioration of the structure in which they are fatigued, but also of themself, which encounter incurable illness, at least in their territories, caused by the vapors and other unhealthy elements already mentioned. They are not provided with medical insurance, an adequate salary. However, for the fast fashion, they make t-shirts sold to us at the price of 10 euros, if not less. According to an article on Il Post, dated 2 July 2013, just after the incident, the employees of the companies in question earn 29 euros a month in Bangladesh.

 

 

 

Underage girl-worker in one of the clothing factories, © Claudio Montesano Castillas 

 

 

 

#whomademyclothes by Fashion Revolution

 

 

 

Dal momento che anche molti dei colossi tutto immagine, protagonisti delle riviste patinate, si servono dei paesi del terzo mondo o in via di sviluppo per imbastire le loro creazioni, è comprensibile come la situazione sia grave e di estrema importanza. È ormai noto che al settore moda spetta la medaglia d’argento tra le industre più inquinanti al mondo; è seconda solo a quella del petrolio. Il podio non le spetta per mandato divino, piuttosto per ragioni legate ai costi e ricavi, agli utili. Ma esiste un altro fattore il quale contribuisce a enfatizzare la sciagura: i cittadini. Non siamo più in grado di accontentarci. Il concetto di possedere poco ma fatto bene, è archetipo di una civiltà borghese e noiosa, ormai vetusta. E così s’instaura un meccanismo: lo stilista Y presenta la nuova collezione sulle passerelle di Milano, Londra, Parigi o New York, metà della quale sarà prodotta con tutta probabilità in India, Marocco, Turchia o Cina; la sua casa di moda è così tanto sulla cresta dell’onda, grazie alla spinta fornita dai media e dai social network, che ogni capo viene letteralmente copiato dai vari Zara, H&M, Primark, insomma, i McDonald’s della moda, per quelle clienti desiderose di apparire come Gigi Hadid, o quei maschietti ambiziosi di essere i nuovi Roberto Rossellini, figlio dell’immensa Isabella, tra i modelli feticci di molti stilisti. E così via: tutti coloro che partecipano a questo gioco, sono complici di un sistema al collasso. 

“Anche le copie possono attrarre, ma soltanto dalla originalità scaturisce quel che ha grande valore.” Lo scrive Robert Walser in Walter, primo racconto tratto dalla raccolta La Rosa (Adelphi). 

 

Since many of the giants, protagonists in the glossy magazines, use third world countries or developing countries to baste their creations, it is understandable that the situation is serious and extremely important. It is now known that to the fashion sector belongs the silver medal, among the most polluting industries in the world; it is second only to that of oil. The podium is not due to divine mandate, rather for reasons related to costs and revenues, profits. But there is another factor which helps to emphasize the disaster: the citizens. We are no longer able to satisfy ourselves. The concept of possessing little but well done, is the archetype of a bourgeois and boring civilization, now old. And so a mechanism is established: the designer Y presents the new collection on the catwalks of Milan, London, Paris or New York, half of which will probably be produced in India, Morocco, Turkey or China; his fashion house is so much on top, thanks to the boost provided by the media and social networks, that each piece is literally copied by the various Zara, H&M, Primark, in short, McDonald's fashion, for those customers who want to appear as Gigi Hadid, or those ambitious boys to be the new Roberto Rossellini, son of the immense Isabella, among the fetish models of many designers. And so on: all those who participate in this game, are accomplices of a collapsing system.

“Even the copies can attract, but only from the originality comes what has great value.” Writes Robert Walser in Walter, first story taken from the collection La Rosa (Adelphi).

 

 

 

 

 

Vale la pena approfondire il territorio cinese, soprattutto in relazione al made in Italy, altro grande brand che ha risentito dell’involuzione della moda. Perché la Cina è un paese di riferimento per i marchi e le imprese fast fashion? I motivi sono tanti, si tenta un riassunto: il costo dei lavoratori è basso, sebbene oggi sia circa quattro volte quello del Bangladesh (ovvero in media dovrebbero ottenere al mese una remunerazione di 116 euro), tuttavia il commercio è regolamentato da norme precise volte a impedire ciò che è accaduto nel piccolo stato asiatico. Tale aspetto positivo, però, non è così da sempre. Lo spiega bene La Repubblica in un editoriale del 2005: “Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione di padroni-aguzzini.” Figuriamoci per produrre una camicia o un paio di pantaloni. Federico Rampini, autore del pezzo, aggiunge in seguito: “Un mese di salario viene sempre trattenuto dall'azienda come arma di ricatto: se un lavoratore se ne va lo perde. Altre mensilità vengono rinviate senza spiegazione. L'estate scorsa il mancato pagamento di un mese di salario ha provocato due giorni di sciopero.” Se non è più così in Cina, almeno si spera, è probabile che sia ancora così negli altri paesi. 

In tale scenario il fatto in Italia vive una bipolarità critica, ancora nella contemporaneità: da un lato esistono imprese, piccole, medie e grandi, sane, le quali investono realmente su una produzione totalmente nostrana, implicando quindi una filiera nitida, senza macchie; dall’altro continuano a restare in piedi industrie, e annessi laboratori gestiti, appunto, da cinesi, che sfruttano le deficienze burocratiche italiane le quali inducono a definire un capo made in Italy, anche se così non è. Per essere chiari: se l’intero processo di creazione del prodotto non è completamente, in ogni sua parte (tranne le eccezioni previste dalla legge), fatto nel Bel Paese, allora non è possibile applicare la dicitura. Punto. Lo dice l’articolo 16 della legge 166 del 2009, da apporre preferibilmente sull’anta dell’armadio, magari incorniciandolo. Cina o meno questa è la realtà. Lo stesso vale o dovrebbe essere così, per ogni produzione autoctona di qualsiasi paese al mondo. Ma un conto è dirsi, un altro è farsi. 

 

It is worth exploring the Chinese territory, especially in relation to made in Italy, another big brand that has suffered from the involution of fashion. Why is China a reference country for fast fashion brands and the other companies? The reasons are many, we try a summary: the cost of workers is low, although today is about four times that of Bangladesh (or on average should get a remuneration of 116 euros per month), however, the trade is regulated by precise rules to prevent what happened in the small Asian state. Still, this positive aspect has not always been the case. La Repubblica explains it well in a 2005 editorial: “To make a pair of Timberland, sold in Europe for 150 euros, in the city of Zhongshan a 14-year-old boy earns 45 euro cents. He works 16 hours a day, sleeps in the factory, has no holiday or health insurance, risks intoxication and lives under the oppression of boss-tormentors.” Imagine to produce a shirt or a pair of pants. Federico Rampini, author of the piece, adds: “A month of salary is always kept by the company as a weapon of blackmail: if a worker leaves, he loses it. Other monthly payments are postponed without explanation. Last summer, the non-payment of a month's salary caused a two-day strike.” If it's not like this in China anymore, at least hopefully, it's likely to be like that in other countries.

In this scenario the made in Italy lives a critical bipolarity, still in the contemporary: on the one hand there are small, medium and large, healthy companies, which really invest in a totally local production, thus implying a clear, spotless supply chain; on the other, industries continue to remain in place, as well as laboratories managed by Chinese, which exploit the Italian bureaucratic deficiencies which lead to the definition of a made in Italy garment, even if this is not the case. To be clear: if the entire process of product creation is not completely, in its entirety (except for the exceptions established by law), done in the Bel Paese, then it is not possible to apply the wording. Period. The article 16 of the law 166 of 2009 says it, to be preferably placed on the wardrobe door, perhaps framing it. China or not this is reality. The same goes or should be like this, for any native production of any country in the world. But one thing is said, another is being done.

 

 

True Cost official trailer 

 

 

 

Qual è, allora, il valore reale da attribuire a #whomademyclothes? Esistono due fronti: coloro che militanti sostengono l’iniziativa e gli altri, i quali la ritengono un’altra vittima della moda instaurata sui social, soprattutto con Instagram, nel tempo. Tra questi, inoltre, si innescano le voci di coloro i quali si domandano perché, tra coloro che postano le foto in cui spiegano chi o cosa ha realizzato la loro borsa, vengono citati brand realizzatori di abiti low cost. Ognuno ha le sue ragioni, legittime, per altro. Ma la questione dovrebbe essere analizzata a priori e sotto un altro punto di vista, partendo dall’assunto che intanto l’iniziativa perpetuata da Fashion Revolution è concreta, non si tratta di un manifestano portato avanti da ragazzini. 

Tale rivoluzione dovrebbe essere culturale: prima di ambire a un cambio di gusti consapevole, concentrato su realtà tessili promotrici della slow fashion o, comunque, ineccepibili dal punto di vista etico, sarebbe doveroso far comprendere a coloro i quali non ne hanno ancora avuto modo, attraverso le scuole fino alle università, passando per gli uffici del lavoro quotidiano o attraverso azioni istituzionali sensate, cosa comporta e produrrà, se si continua ad agire in tale maniera, quanto finora scritto, ossia una crisi di valori economici, sociali, umani e ambientali di enorme portata e senza rimedio.

 

What, then, is the real value to be attributed to #whomademyclothes? There are two fronts: those who militants support the initiative and others, who consider it another victim of fashion established on social media, especially with Instagram, over time. Moreover, among these, the voices of those who wonder why, among those who post the photos in which they explain who or what they have made their bag, are cited brands producing low cost clothes. Everyone has his legitimate reasons. But the question should be analyzed a priori and under another point of view, starting from the assumption that meanwhile the initiative perpetuated by Fashion Revolution is concrete, it is not a demonstration carried out by a young foolish group.

This revolution should be cultural: before aspiring to a conscious change of tastes, concentrated on textile realities promoting slow fashion or, in any case, unobjectionable from an ethical point of view, it would be right to make them understood by those who have not yet got a chance, through schools to universities, through the offices of daily work or through sensible institutional actions, what it entails and will produce, if we continue to act in this way, what has been written up to now, that is a crisis of economic, social, human and environmental values of enormous scope and without remedy.

 

fashionrevolution.org

truecostmovie.com

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